Le dichiarazioni di Gravina, riguardanti il confronto tra il fallimento calcistico e i successi recentemente ottenuti negli altri sport, hanno scatenato polemiche molto accese.
“Negli sport dilettantistici si possono adottare scelte e decisioni che nel professionismo non è possibile applicare” afferma il numero 1 della FIGC, riducendo le profonde differenze di rendimento con le altre organizzazioni ad una mera questione strutturale. Se è vero che da un lato sport come l’atletica abbiano storicamente potuto contare su normative più morbide -proprio in virtù della loro matrice dilettantistica e statale- bisogna anche sottolineare che il volume d’affari e di atleti mossi dal calcio siano impossibili da paragonare a qualsiasi altro movimento sportivo nostrano.

Nessuno si prende responsabilità
Il problema di queste dichiarazioni sta proprio nell’orientamento dei fatti, totalmente strumentalizzato a difesa della propria posizione. Queste dichiarazioni lasciano spazio a una sola lettura: la volontà di assumersi l’esclusiva responsabilità del fallimento, di fatto non c’è. A onor del vero, in un sistema che vede come attori comprimari anche Leghe e club, non è possibile identificare un solo colpevole per un fallimento di tale portata. Allo stesso tempo, è inaccettabile che il leader del movimento calcistico italiano, in seguito al crollo strutturale del sistema da lui diretto, non sia riuscito a fare l’unica cosa giusta in questa situazione: chiedere scusa, assumendosi tutte le colpe del caso, e lasciare una poltrona che, come dimostrato dai risultati, viene da anni -se non da decenni- di malagestione.
FIGC: uno spreco di fondi pubblici
È vero, altre federazioni sportive godono di normative più morbide proprio in virtù del loro statuto, ma sono anch’esse inserite nel sistema di distribuzione monetaria che irrora le casse della FIGC. È chiaro che il business del calcio faccia girare molti più soldi rispetto a quello dell’atletica o degli sport invernali, ma perché lamentarsi di questa gestione? Il calcio rimane di gran lunga lo sport più ricco nell’ottica delle sovvenzioni statali (sono ben 35,2 i milioni di euro ricevuti nel 2025, ben 18 in più della pallavolo, che ricopre la seconda posizione di questa classifica), e analizzando lo sfruttamento dei contributi a disposizione, si può facilmente giungere ad una conclusione lapidaria: rapportando i finanziamenti ricevuti ai risultati sportivi (e allo sviluppo del movimento), la FIGC emerge come il caso più evidente di inefficienza nell’uso dei fondi pubblici.
Gravina, chi sono i veri dilettanti?
Oggi il calcio non è più il nostro sport di punta. Lo dicono i medaglieri delle olimpiadi, i successi del tennis, o ancora i risultati della pallavolo. Gravina, cercando la scusante del suo fallimento nel successo altrui, si è forse dimenticato di aver condotto lo sport di sua competenza al punto più basso della storia. Mentre gli altri atleti tengono alto il nome del nostro Paese, i nostri dilettanti vivono da decenni una quotidianità costellata da raccomandazioni, corruzione, società instabili, costi insostenibili e mille altri problemi. Il tutto si traduce in un dato inequivocabile: nell’età tra i 13 e i 16 anni, circa un terzo dei ragazzi tesserati ad una società calcistica abbandona definitivamente il pallone.
Ripartire dalle basi
L’uscita sul dilettantismo passerà alla storia come l’ultima caduta di stile di un mandato fallimentare, ma ci dà lo spunto per riflettere sul nostro futuro. Parlare di riforme ai vertici è sicuramente importante, ma non è il primo tema a dover essere affrontato. Il sistema calcistico italiano deve ripartire da cambiamenti che favoriscano lo sviluppo del movimento dilettantistico, sul quale si basa tutta questa struttura. È tempo di dire basta alle spietate macchine da soldi dei settori giovanili, alla mancata valorizzazione del talento, ai procuratori che sin dall’infanzia determinano le sorti dei ragazzi. Stop agli interessi personali, stop all’opportunismo: se la reazione non arriverà nell’immediato, il nostro calcio rischia davvero di sprofondare in un abisso dal quale sarà difficile riemergere.