Il circolino della Serie A non merita i Mondiali, né ora né mai più

Oggi è tutto troppo facile. Il gioco al massacro di Gravina e della nazionale italiana di calcio è un esercizio così semplice da risultare ormai stucchevole, se praticato con populismo e superficialità.

Intendiamoci: saltare il terzo mondiale di fila non fa piacere a nessuno. Ma svegliarsi una volta ogni quattro anni e parlare di crisi del calcio italiano è molto comodo: meno comodo è invece fare i veri nomi e cognomi dietro al fallimento quotidiano di un sistema che in Gravina trova il suo frontman, ma non di certo il centro di potere. Il calcio italiano va a rotoli perché il sistema Serie A va a rotoli a 360 gradi: ogni tanto ci si sveglia a dare la colpa una volta alla pirateria, una volta agli ultras, una volta ai bambini che non giocano più per strada (come se a Sarajevo lo facessero), ma mai alle solite facce e le loro dirette emanazioni.

Il sistema Serie A e le sue responsabilità strutturali

L’elenco dei vari presidenti/ad di Serie A del salotto bene che contorna il “circolino”, per dirlo alla Corona, sarebbe molto lungo e mai troppo esaustivo: gli stessi che reggono ancora Rocchi come designatore e le varie roccaforti di potere intoccabili, gli stessi che decidono vita e morte di ogni cosa a proprio comodo. Nel 2006, con un processo sommario, ingiusto e illegittimo, si volle provvedere a ristabilire a piacimento gli equilibri del calcio italiano: i risultati li vediamo ancora oggi.

Politiche miopi, istituzioni assenti e un’industria trascurata

Condite il tutto con la miopia di determinate politiche commerciali della Serie A (in tema di diritti tv in primis), con l’assurda sottovalutazione dei Governi che si sono succeduti riguardo quanto il calcio sia a tutti gli effetti un’industria da tutelare… Ed eccoci serviti. Oggi si fa i coccodrilli, di terza generazione. Parlare di calcio, di quanto Dimarco sia sopravvalutato per tre assist al Sassuolo per poi essere umiliato da un 21enne riserva del PSV, ha anche poco senso, fin quando questo rimarrà l’ecosistema del calcio italiano.

Le nazionali sono espressione diretta dei campionati che rappresentano: l’Italia è semplicemente il giusto specchio dell’attuale poverissima Serie A, degli stadi vergognosi di Serie A, degli arbitri inadeguati di Serie A e così via.

Giustizia, infrastrutture e il paradosso del cambiamento impossibile

Chi vuole intervenire e migliorare, che si chiami Andrea Agnelli, Gerry Cardinale o Aurelio De Laurentiis, non è bene accetto né dalla politica del calcio e né nei salotti radical chic (quelli dove la seconda carica dello Stato parla con veleno un giorno sì e l’altro pure) e deve augurarsi anche di non finire oggetto di qualche indagine inconcludente da far sparire anni dopo, ma che nel frattempo procura danni irreparabili . Questi sono i veri drammi dell’Italia, dove il nuovo San Siro è di nuovo in pericolo grazie agli stessi brillanti pm di Milano che fecero perquisire casa Furlani con la solerzia confacente all’abitazione di un criminale, all’alba di un giorno di marzo 2024, per poi archiviare in silenzio a febbraio 2026.

Chi pagherà mai questi – e altri – danni conseguenti? Nessuno. Chi risarcirà Milan e Inter se il nuovo stadio verrà bloccato da indagini che si riveleranno fuffa? Cosa succederà se Andrea Agnelli dovesse vincere il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea? Interrogativi retorici, con una sola risposta: forse al Mondiale, non meritiamo di andarci più a prescindere, finché tutto non verrà raso al suolo.

E peccato solo per un grande uomo come Rino Gattuso: un puro di cuore che in campo ha sempre dato tutto, ma in un’epoca d’oro, completamente diversa, in cui bastava davvero farlo.

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