Inter, altro che austerità: i conti cambiano il futuro. Ecco come Oaktree può costruire un club da 3 miliardi

Ventidue milioni e settecentomila euro.

Potremmo fermarci qui, raccontare il secondo utile consecutivo dell’Inter, celebrare il ritorno del patrimonio netto in territorio positivo e concludere che Oaktree abbia sistemato i conti. Sarebbe tutto vero. Ma racconteremmo soltanto una piccola parte della storia.

I programmi futuri dell’Inter

Perché la vera notizia non sono i 22,7 milioni di oggi. La vera notizia è quello che questi numeri potrebbero permettere all’Inter di fare domani.

Per anni attorno al mercato nerazzurro abbiamo utilizzato sempre le stesse parole: sostenibilità, plusvalenze, saldo, cessioni, riduzione dei costi. Prima vendere, poi comprare. Prima sistemare il bilancio, poi eventualmente pensare alla squadra. Oggi l’Inter sembra essere arrivata dall’altra parte del tunnel. Non significa poter spendere senza criterio. Significa qualcosa di molto più importante: avere la possibilità di investire senza essere obbligati a vendere per sopravvivere.

Per provare a capire fino in fondo cosa raccontino questi numeri e, soprattutto, cosa possano significare in prospettiva, ho avuto la fortuna di confrontarmi a lungo con Paolo Ciabattini, esperto di sport business, che ringrazio per la disponibilità e soprattutto per un dialogo che, almeno per il sottoscritto, è stato illuminante. Le proiezioni e le elaborazioni numeriche che troverete nelle prossime righe sono frutto anche di questo confronto. Il mio tentativo sarà provare a rendere percepibile e comprensibile a chi legge quello che, attraverso numeri apparentemente freddi, racconta invece moltissimo del presente e soprattutto del futuro dell’Inter.

Dietro i numeri c’è il lavoro di un management che ha cambiato l’Inter

I numeri sono impressionanti soprattutto se confrontati con ciò che l’Inter è stata soltanto pochi anni fa. Il club chiude l’esercizio 2025/26 con 22,7 milioni di utile, secondo risultato positivo consecutivo. I ricavi raggiungono quota 518 milioni, secondo miglior dato nella storia nerazzurra, mentre i costi della produzione scendono di circa 20 milioni.
Crescono del 7% i ricavi commerciali, aumentano di 11 milioni quelli legati al player trading e diminuiscono di 8 milioni ammortamenti e svalutazioni dei diritti pluriennali dei calciatori.
Ma c’è un altro numero che racconta ancora meglio la trasformazione: +10,4 milioni di patrimonio netto consolidato. Un anno fa era negativo per circa 12 milioni.
E sarebbe profondamente sbagliato considerare questi risultati come qualcosa di automatico.

Dietro questi numeri c’è la qualità del lavoro di un management che negli ultimi anni ha dovuto fare qualcosa di molto più complicato che semplicemente abbassare i costi: rendere sostenibile l’Inter senza smettere di renderla competitiva.
Giuseppe Marotta oggi è il presidente e rappresenta il punto di riferimento di una struttura dirigenziale che ha saputo accompagnare il club attraverso proprietà, difficoltà finanziarie e cambiamenti profondissimi senza perdere la propria centralità sportiva.

Dentro questo percorso c’è stato evidentemente anche il lavoro enorme di Piero Ausilio, che ha salutato l’Inter dopo 28 anni e dopo avere contribuito in maniera determinante alla costruzione delle squadre che hanno riportato il club stabilmente ai vertici italiani ed europei.

Adesso quella responsabilità passa a Dario Baccin, chiamato a raccoglierne l’eredità. Una scelta nel segno della continuità, ma che apre inevitabilmente anche una fase nuova.
Baccin conosce perfettamente il club, ha lavorato per anni accanto ad Ausilio, conosce le dinamiche della prima squadra e ha avuto un ruolo importante anche nella costruzione del progetto Under 23. Ora avrà la possibilità di imprimere qualcosa di proprio alla politica sportiva nerazzurra.

E chissà che una delle strade non possa essere quella di allargare ulteriormente gli orizzonti dello scouting. L’Inter negli ultimi anni ha battuto con grande efficacia soprattutto determinati mercati europei. Il prossimo passaggio potrebbe essere quello di provare a esplorare con maggiore continuità anche territori finora frequentati meno, a partire dal Sudamerica, dove anticipare la concorrenza sui talenti significa spesso acquistare prima che determinate valutazioni diventino proibitive. Non serve comprare troppi giocatori ogni estate. Serve comprare quelli giusti. Possibilmente prima degli altri. Ed è anche questa sostenibilità.

Dentro ai 22,7 milioni dell’ultimo esercizio esiste però anche una componente straordinaria superiore ai 20 milioni derivante dalla lunga vicenda relativa ai diritti televisivi internazionali della Serie A del periodo 2008-2018. Un contenzioso durato anni e arrivato alla sua definizione, generando per l’Inter un ricavo che evidentemente non sarà replicabile nel prossimo bilancio.
Tradotto, con tutte le semplificazioni del caso: senza quella componente straordinaria l’Inter sarebbe stata sostanzialmente attorno al pareggio. E qualcuno potrebbe pensare: allora il prossimo anno quei 22,7 milioni spariranno.
Non necessariamente. Anzi.

Il prossimo bilancio può essere ancora migliore: perché 35-50 milioni non sono fantascienza

Qui comincia la parte più interessante, partiamo da alcune ipotesi. Nessuna operazione tra gennaio e giugno capace di modificare significativamente l’equilibrio economico costruito durante il mercato estivo. Un percorso in Champions League più lungo anche soltanto di due turni rispetto alla scorsa stagione.

Con queste condizioni, l’Inter potrebbe teoricamente avvicinarsi ai 50 milioni di utile nel prossimo esercizio. Attenzione alle parole: potrebbe. Non farà.
Stiamo parlando di una proiezione costruita su determinate condizioni, non del risultato di un bilancio che verrà approvato tra un anno, E possiamo essere ancora più prudenti.
L’impatto dell’ultimo mercato può essere quantificato indicativamente come leggermente negativo, nell’ordine di una quindicina di milioni. Introduciamo questa variabile, consideriamo gli inevitabili elementi imprevedibili di una stagione e quei 50 milioni possono diventare 35.
Resta il concetto: sarebbe ancora utile. E sarebbe il terzo consecutivo.

Come si può provare a prevedere un bilancio calcistico quando la stagione è appena cominciata? Perché una parte enorme della struttura economica di una società di calcio viene definita proprio dal mercato.
Stipendi e ammortamenti costituiscono una fetta fondamentale del costo della rosa. Se acquisti un giocatore per 50 milioni con cinque anni di contratto, semplificando al massimo, avrai 10 milioni di ammortamento per stagione. Aggiungi stipendi, plusvalenze, prestiti, entrate e uscite e, quando chiude il mercato estivo, una parte molto significativa dell’esercizio è già scritta.

Poi rimane la variabile che nessun dirigente può inserire con certezza in un foglio Excel: il campo. E soprattutto la Champions League.
Andare avanti significa premi UEFA, botteghino, matchday e altri ricavi. Uscire prima significa perderli. Due turni possono spostare parecchi milioni e trasformare sensibilmente il risultato finale. Ed è qui che arriviamo alla conseguenza che interessa maggiormente il tifoso: sostenibilità non significa austerità.
Un club che genera utili può spendere. Può investire. Può rinforzare la squadra. Semplicemente deve farlo senza distruggere l’equilibrio che ha costruito. Ed è questo forse il più grande merito del lavoro portato avanti dal management nerazzurro: essere riuscito progressivamente a trasformare la sostenibilità da necessità a opportunità.
L’Inter non deve comprare tanto. Deve comprare bene.
E soprattutto deve arrivare al punto in cui una cessione importante sia una scelta tecnica o economica, non una necessità di bilancio.
La differenza è enorme.

Oaktree, lo stadio e la prospettiva di un’Inter da 3 miliardi

Poi c’è Oaktree. Ed è impossibile parlare del futuro dell’Inter senza chiedersi quale sia il futuro della sua proprietà.
Oaktree non è entrata nell’Inter per romanticismo. È un fondo che gestisce capitali e deve creare valore. È la natura stessa del suo mestiere.
Il club è passato sotto il controllo del fondo attraverso l’escussione del pegno conseguente al mancato rimborso del finanziamento concesso alla precedente proprietà. Da quel momento il percorso è abbastanza evidente: controllo dei costi, equilibrio finanziario, competitività sportiva e crescita del valore dell’asset.

Oggi l’Inter potrebbe già collocarsi potenzialmente attorno ai 2 miliardi di euro di valore, ma manca il pezzo più importante. Lo stadio. Perché un conto è possedere una società con un progetto per un nuovo impianto. Un altro è possedere una società con il nuovo stadio in costruzione. Ed è proprio lì che potrebbe trovarsi il punto di svolta.
La prospettiva più interessante è immaginare che Oaktree possa avere interesse a portare avanti il proprio percorso almeno fino all’avvio concreto dei lavori. La posa del primo mattone, qualche mese per verificare che la macchina proceda realmente senza nuovi ostacoli e poi, eventualmente, valutare un’uscita.
Perché a quel punto non venderesti più soltanto l’Inter.
Venderesti un club che produce utili. Con costi sotto controllo. Con ricavi superiori al mezzo miliardo. Con patrimonio netto positivo. Con una struttura manageriale consolidata, capace anche di sostituire dall’interno una figura centrale come Ausilio affidandosi a Baccin. Con una squadra che continua a competere ai massimi livelli. E soprattutto con un nuovo stadio che da promessa sarebbe diventato un fatto.

In quello scenario, la valorizzazione potrebbe arrivare nell’ordine dei 3 miliardi di euro.
Questo non significa che Oaktree abbia deciso di vendere. Non significa che esista già un compratore disposto a mettere quella cifra sul tavolo. E soprattutto non significa che l’Inter oggi valga automaticamente 3 miliardi. Significa però che esiste una strada attraverso la quale il valore del club può continuare a crescere in maniera enorme.

Ed è qui che torniamo all’inizio. I 22,7 milioni di utile sono una grande notizia. Ma rischiano persino di essere la notizia meno interessante.
Perché il vero cambiamento è un altro: l’Inter sembra essere passata dalla necessità di sistemare continuamente il proprio passato alla possibilità di programmare il proprio futuro.
E quando una società arriva a questo punto, il compito del management cambia. Non si tratta più soltanto di sopravvivere, tagliare o trovare la plusvalenza necessaria. Si tratta di utilizzare bene ciò che si è costruito.

Marotta dovrà continuare a garantire la direzione. Baccin dovrà dimostrare di essere pronto a raccogliere l’eredità di Ausilio e magari ad aprire nuove strade, nuovi mercati, nuove opportunità. Oaktree dovrà decidere fino a dove accompagnare questa crescita.
Poi, come sempre, parlerà il campo, ma per anni abbiamo raccontato un’Inter che doveva vendere per comprare.
Adesso potremmo essere entrati nell’epoca dell’Inter che può comprare perché ha imparato a guadagnare.

E questa, molto più dei 22,7 milioni, è la notizia che può cambiare il futuro nerazzurro.

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