Gasp, il dio della Dea. Conte e Sarri, l’ora delle decisioni. Allegri, l’ultimo tango

Di Gian Piero Gasperini, che conosco benissimo dai tempi di Crotone, ho un ricordo nitido che porterò sempre con me. Nella primavera del 2019 lo intervistai a Zingonia per il “Corriere dello Sport-Stadio” e fu una bellissima lezione di calcio che lui diede a me e ai lettori. Ricordo che il giorno dopo Gasp mi scrisse un messaggio indimenticabile che, diventando rosso come un peperone durante la lettura, ho conservato tra i ricordi più belli, la sua sincerità mi aveva disarmato. Da quel 2019 il gigante Gasperini ha scalato le montagne e sono d’accordo con chi sostiene che non sia necessario per forza vincere un trofeo per avere la patente da top. Semplicemente perché, portando più volte in Champions l’Atalanta, Gasp ha già arricchito la bacheca della Dea pur non avendo alzato una coppa. Però l’Atalanta che va in Champions, e che adesso è sul punto di tornarci a prescindere dalla finale di Europa League a Dublino, è già una fantastica sentenza. Non so se Gasp vincerà due coppe, una o nessuna, ma il timbro che ha dato è fantastico. La Dea respira e trasmette calcio puro, uno spettacolo, ti invita – quasi ti impone – a guardarla, scaraventando il telecomando nella pattumiera oppure mettendolo in soffitta per almeno qualche ora a settimana. La domanda di mercato è: qualcuno può portar via Gasperini alla famiglia Percassi? Nella vita tutto è possibile, il Napoli lo corteggia da sempre, ma tra corteggiare e firmare c’è una bella differenza. Gian Piero è il Governatore di Bergamo, io so che ha due sogni veri: il Genoa (che lo ha anche sondato un po’ di tempo fa senza grandi sbocchi) e la Juve che adesso sta facendo un’altra scelta, sarebbero due ritorni. Se non si schioderà da lì, migliorando il contratto che già prevede bonus e incentivi non legati solo ai risultati, magari gli faranno un paio di colpi davvero top e gli diranno: caro vate, perché non proviamo ad arrampicarci per lo scudetto?

Il valzer delle panchine deve consumare passaggi significativi, ce ne sono troppe e importanti da occupare. Confermato, malgrado goffe smentite governative, l’incontro tra Antonio Conte e il Napoli di sabato scorso a Torino. Poi, certo, bisogna andare fino in fondo, ma Conte e De Laurentiis stanno parlando in modo fitto, anche sul contratto. ADL ha bisogno di una scossa, deve prendere un allenatore che risvegli l’entusiasmo sopito e smarrito. E fino a quando Conte è un’opzione la tigre va cavalcata, senza trascurare le altre soluzioni (Pioli-Italiano) per il momento in stand-by. Della situazione legata a Gasperini abbiamo già detto Aggiornamento legato a Maurizio Sarri e conferma su due cose: aspetta che venga completato il giro delle panchine di Serie A; il Bologna può diventare uno scenario sempre più intrigante. Nel frattempo ha chiesto tempo al Siviglia e al Torino, dopo aver respinto nei mesi scorsi il Nottingham e non approfondito altre situazioni all’estero. Bologna sarebbe Champions, Sartori, un centro sportivo Casteldebole e una destinazione non lontana da casa, ecco perché l’aggettivo giusto è “intrigante”. Vedremo più avanti.

Siccome al peggio non c’è fine, Massimiliano Allegri ha deciso di non onorare la Juve fino agli ultimi secondi della sua avventura in bianconero. Il termine “avventura” è quello più appropriato perché è stata davvero tale dal punto di vista tattico, un’improvvisazione sotto ogni punto di vista. Lacrime interminabili per chi tifa Juve dopo aver visto (si fa per dire) l’interpretazione contro la Salernitana. Nessuno si offenda, in caso contrario pazienza, ma se avessimo pescato nel mazzo qualsiasi tipo di allenatore, sarebbe riuscito a dare un’organizzazione e un’impronta diverse. Se un malato di tattica come Eziolino Capuano avesse avuto in mano questa Juve, le avrebbe dato un perché nel giro di qualche settimana. Chiedo scusa a Capuano, molto amico di Max, confido di non averlo messo in difficoltà. Qualsiasi match analyst pagherebbe cifre iperboliche per affidare questa Juve a qualsiasi allenatore e “qualsiasi” non vuole essere una provocazione perché è davvero così. Perché il match analyst pagherebbe cifre iperboliche? Perché la stessa Juve in mano a qualsiasi allenatore darebbe proiezioni completamente diverse, ben oltre le chiacchiere di circostanza. Cosa resta adesso? Giocare oggi la finale di Coppa Italia, magari provare a vincerla contro un’Atalanta straordinariamente forte, ma il risultato non cambierà di una virgola quanto la Juve ha deciso da mesi e mesi. E urge prendere le distanze, con tutto il rispetto, da chi parla di “stagione altamente positiva”: il contrario, semplicemente perché gli anni da giudicare sono tre e non uno, i mesi 36 e non 12. Thiago Motta è la missione da perfezionare con calma, aggiungendo le firme per fare in modo che ci sia anche l’aspetto formale. Sarà una Juve a sua immagine e somiglianza, incapace di improvvisare, lontana dagli alibi e con un mercato che conterrà un mare di sorprese. Ma ci sarà tempo e modo per approfondire, prima serve che questa malinconia al Max venga spazzata via da chi ha davvero la Juve nel cuore.

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