La sconfitta di ieri apre un tema oggettivo: Ruben Amorim al momento ha capito davvero poco del suo Milan e ciò che emerge dalle sue scelte è solo confusione su confusione.
Non è un pregiudizio nei confronti dell’allenatore, che anzi abbiamo finora sempre apprezzato e difeso. Ma l’opinione si schianta davanti ai fatti: non aver battezzato ancora un 11 titolare al 16 settembre e cambiare continuamente formazione è un enorme segnale di debolezza, un campanello d’allarme impossibile da sottovalutare.

Amorim, turnover senza senso
I risultati, paradossalmente, sono l’aspetto meno grave. Ma se il Milan avesse voluto solo rifugiarsi dietro i punti (che comunque sono solo 8 su 15 disponibili tra campionato ed Europa) si sarebbe tenuto Allegri: ecco perché è un discorso senza senso.
Amorim non ha capito l’importanza di Milan-Benfica, una partita che profumava di quella Champions che non hai e che vorresti avere. Poteva essere il tuo biglietto da visita agli occhi del mondo, per dire “Vedete? Siamo sulla strada giusta per tornare il Milan”: hai deciso di giocartelo con una formazione che in partenza era già palesemente inadatta, senza un buon motivo per farlo. Non lo è il turnover: alla quinta partita stagionale e alla vigilia di una sosta di 15 giorni, non aveva alcun senso gestire le forze.
Gli errori di Amorim e la fiducia da riconquistare
Amorim ha sbagliato e fa fatica ad ammetterlo, altra red flag da non sottovalutare. Quest’estate, Cardinale ha fatto tanto per metterlo in condizione di lavorare bene, ma lui non si sta aiutando affatto. Non è un fatto di “tempo”: puoi predicare pazienza quando si intravedono idee, peccati di immaturità o errori dei singoli. Ma quando la sensazione è di non aver proprio messo a fuoco la strada corretta, diventa più difficile anche l’atto di fede.
Invece di cercare alibi con dichiarazioni poco lucide o di cercare nemici immaginari, Amorim dovrebbe chiedersi come mai in pochi giorni ha messo a dura prova la stima di chi credeva nei suoi progetti. E fin quando questo avviene tra i tifosi o anche tra i giornalisti, poco male. Ma dovesse avvenire a stretto giro di posta anche molto, molto più in alto, sarebbero dolori.
Il precedente Terim e l’ombra dei corsi e ricorsi storici
La memoria torna indietro di 25 anni, quando Galliani esonerò Terim dopo sole 2 sconfitte in 10 partite, tra cui anche uno splendido 4-2 nel Derby: una marcia in campo non così tragica da motivare un licenziamento simile. Ma c’era una sosta in arrivo, troppi dubbi sulle scelte del turco e un allenatore top libero ancora per poco sul mercato, da non farsi sfuggire: arrivò Ancelotti, la stagione fu portata in salvo con l’obiettivo minimo del quarto posto e dopo un anno e mezzo arrivò il trionfo di Manchester. Le coincidenze non mancano, specie dopo aver visto Antonio Conte a San Siro ieri. Presto per pensare ai corsi e ricorsi storici? Forse. Ma col Lecce, quando Cardinale sarà di nuovo a San Siro, è di certo il caso di smetterla velocemente con la filosofia. E di far giocare i migliori.