La Copa America ai raggi X – Brasile, condannato al successo

Dorival Silvestre Júnior ha spento sessantadue candeline sulla sua ultima torta di compleanno e ha allenato diciannove squadre diverse in ventiquattro stagioni (ma ha anche avuto tre parentesi al Flamengo, due al São Paulo e due al Vasco da Gama), prima di diventare il DT del Brasile con la Copa America in vista. Calcisticamente, non ha mai oltrepassato i confini del Brasile e del suo futebol. Ma gli interessa ben poco di essere stato una soluzione di ripiego della CBF dopo il rifiuto incassato da Carlo Ancelotti. Probabilmente, ad un certo punto della vita, quando le pietruzze conteggiate sull’abaco dell’anagrafe cominciano ad essere tantine, i pensieri intrusivi firmano l’armistizio con le consapevolezze di sé e abbandonano per sempre le trincee della mente. Sarà così, o forse è semplice disinteresse.

Nel giorno della sua presentazione ufficiale, davanti alla stampa, ha voluto mettere subito in chiaro un paio di concetti che più chiari non potevano essere. Il primo è che «il calcio brasiliano non può permettersi di vivere, come movimento calcistico, un momento storico come quello che sta attraversando». Serrare i ranghi, dunque, e anche in fretta. Perché se hai cinque stelline a capeggiare sul tuo stemma e nove titoli continentali in bacheca devi convivere con l’onere e l’onore – allo stato dell’arte è più onere che onore – di giocare con l’ossessione del successo finale. Il secondo, invece, si situa all’esatto crocevia tra umiltà connaturata e senso di aderenza alla realtà. «Dobbiamo iniziare un nuovo cammino, insieme, e riscoprire la strada delle vittorie». In parte un auspicio, in parte un richiamo all’esigenza di ricostruire delle fondamenta solide.

Lo sa bene anche Fernando Diniz. Chiamato ad interim per sostituire Tite dopo lo storico trionfo in Libertadores con la Fluminense e spazzato via dalla plancia di comando della nave verdeoro dopo tre sconfitte e un pareggio in sei partite. Il Brasile arriva a questa Copa America in salsa ranch da vicecampione e brama la doppia cifra.

Ad ostacolare le ambizioni della Seleção – nel girone D – ci saranno in prima battuta il Costa Rica, il Paraguay e la Colombia. Paraguay e Costa Rica promettono di offrire partite complicate, attendiste e a tratti snervanti. Discorso molto diverso per la Colombia, invece, che sarà l’ultima avversaria del raggruppamento e può contare su tutt’altro livello di imprevedibilità grazie alle sue bocche di fuoco offensive. La chiave di volta è non incespicare in qualche risultato scomodo prima della sfida con i Caféteros. Nelle amichevoli contro Inghilterra e Spagna si sono intravisti dei buoni segnali, al di là dei risultati. C’è la sensazione che un’idea di calcio ci sia e che i giocatori ne stiano assorbendo i princìpi sistemici, uno step alla volta.

Il vento del cambiamento soffia sulla Seleção, incessante, veemente, ma Dorival Júnior non se ne avvede. Non ha tempo per i timori reverenziali. Ha tra le mani l’incarico della vita e vuole condurre il suo paese verso un futuro luminoso.

Portieri: Alisson (Liverpool), Bento (Athletico Paranaense), Rafael (São Paulo)

Il trittico di nomi era ormai divenuto filastrocca, una di quelle ripetute a memoria fino ad annodarsi la lingua e imparate a menadito. Se è vero che per sessantadue partite in fila non si è mai vista nemmeno l’ombra di un altro portiere a difendere i pali della Seleção. Alisson-Ederson-Wéverton, il cerbero a protezione della porta verdeoro. C’erano loro, nell’ultima edizione della Copa America in Brasile, quando la bile ha cominciato a tracimare dai fegati del popolo brasiliano tutto, alla visione di Messi che vince il suo primo trofeo con l’Argentina proprio al Maracanã. C’erano sempre loro, al Mondiale in Qatar, quando Livaković si è pensato Saturno e si è divorato dal dischetto prima Rodrygo e poi anche Marquinhos, ai quarti di finale.

Alisson è ancora lì, al proprio posto, intoccabile. Sarà lui il titolare. Ederson ci sarebbe dovuto essere, e di fatto il suo nome figurava anche nella lista dei convocati, ma lo scontro di gioco con il Cuti Romero in Tottenham–Manchester City, alla penultima giornata di Premier League, gli ha restituito una parcella salatissima: frattura dell’orbita oculare dell’occhio destro. L’ingrato incrocio di destini ha così spalancato le porte della Nazionale al 34enne Rafael, che si è preso il posto del 36enne Wéverton come lui stesso lo aveva sottratto dai guantoni di Cássio pochi anni fa. Un riconoscimento alla carriera? Può essere. Del resto, lo stesso Rafael, è stato uno dei pretoriani di Dorival nel São Paulo che l’anno scorso è riuscito a conquistare la prima Copa do Brasil della sua storia.

E poi, ecco Bento. È stato proprio il suo debutto contro l’Inghilterra, nel giorno della prima epifania europea di Endrick, ad interrompere l’oligarchia delle sessantadue partite dei suoi colleghi. Un atletismo mostruoso, una reattività sulle seconde palle fuori dal comune. Piedi raffinati e una certa fama ascendente da specialista nel disinnescare i calci di rigore. Da bambino giocava da centrocampista. Poi, in una semifinale di un torneo giovanile, il portiere della sua squadra non si presenta e i guantoni se li mette lui, per non toglierseli più.

Con l’Athletico Paranaense ci esordisce quasi per caso – a ventidue anni – agli ottavi di finale di Copa Libertadores contro il River Plate. Era il quinto portiere, nelle gerarchie. Ma con gli addii in contemporanea di Léo e Anderson, e Jandrei e Santos costretti ad alzare bandiera bianca per via del Covid, scende in campo e sfodera una prestazione monstre, riuscendo a conquistare di prepotenza gli elogi all’unisono del Muñeco Gallardo e della stampa argentina. È lui, il futuro, ma è già qui e ora. E l’Inter osserva, con grande attenzione…

Difensori centrali: Marquinhos (PSG), Militão (Real Madrid), Beraldo (PSG), Bremer (Juventus), Magalhães (Arsenal)

Marquinhos gioca nell’élite del calcio mondiale da così tanto tempo che gli attribuiremmo almeno tre o quattro anni in più dei trenta che ha in realtà. Una questione di percezioni, come quando appena diciannovenne diede il suo benestare al Portogallo (ha il doppio passaporto) per un’eventuale convocazione coi lusitani, perché non si sentiva tenuto in considerazione dall’allora DT Felipe Scolari. Fiutato il pericolo, quel volpone di Felipão, l’ha fatto debuttare un mese dopo, in un’amichevole contro l’Honduras. Il 10 aprile scorso, al Parc de Princes, nella gara d’andata dei quarti di finale di Champions League contro il Barcellona, è diventato recordman assoluto di presenze del PSG a quota 436, superando Jean–Marc Pilorget. L’enfant prodige venuto su nel mito di Thiago Silva si è affinato spalla a spalla con il suo idolo e poi ne ha rilevato naturalmente il ruolo di leader e pilastro.

Ora, sotto la sua supervisione, taccuino alla mano, c’è lo zelante e talentuoso stagista Beraldo del PSG, a studiare da big. Lo chiamano il “Joker” perché ride sempre, anche nei momenti più complessi e decisivi delle partite. È la sua maniera di sciogliere la tensione. Suo padre André (ex calciatore) e mamma Leia gestivano un chiosco di gelati a Piracicaba, São Paulo, mentre Gleison Bremer doveva riuscire a venderli per potersi autofinanziare i costi delle trasferte quando giocava nelle giovanili del Desportivo Brasil. Non convocare il centrale juventino, alla luce della stagione disputata, sarebbe stata follia. Per sua fortuna, hanno ampliato le rose e la chiamata tanto attesa è arrivata.

Militão è un’incognita, perché ha rivisto il campo solamente a marzo contro l’Athletic Bilbao, dopo essersi rotto il crociato ad agosto contro l’Athletic Bilbao, ma anche no. Il centrale difensivo del Real Madrid è uno dei punti fermi della Seleção verdeoro. E lui, la resa, non la contempla proprio nel suo vocabolario. Da adolescente è riuscito a guadagnarsi una chance con il São Paulo (anche lui viene da lì) dopo due provini a vuoto. E a chi lo apostrofa come “Limitão”, per far trasparire che sia un sopravvalutato, risponde ridanciano che non si diventa il difensore più costoso della storia della Casa Blanca per caso. Completa la batteria dei centrali il colosso Gabriel Magalhães, che un colosso lo era già da bambino, tant’è che più volte i genitori degli avversari pretendevano controlli accurati sul suo certificato di nascita.

Terzini: Danilo (Juventus), Yan Couto (Girona), Arana (Atlético Mineiro), Wendell (Porto)

Alla Juventus, i compagni di squadra più giovani hanno preso a chiamarlo “il professore”. E non solo perché c’è la lettura tra i suoi passatempi preferiti. Danilo ha vinto venticinque trofei in carriera, ma prima di approdare in bianconero ha sempre dovuto convivere col complesso di essere il comprimario di qualcuno più bravo di lui. Al Real Madrid quel qualcuno era Carvajal, al Manchester City era Kyle Walker. A Torino ci è arrivato in cambio di João Cancelo, circonfuso da quell’alone di scetticismo che ci può essere quando hai il compito ingrato di non dover far rimpiangere un terzino generazionale, unico. Si è preso tutto: la testa dello spogliatoio, la fascia da capitano, la gratitudine dei tifosi. Dorival ha bisogno di un uomo come Danilo, per traghettare il Brasile verso il futuro.

Sull’out destro gli fa compagnia Yan Couto, che si è tinto i capelli di un rosa shock perché a sua sorella piacevano così e arroventa la fascia con la medesima esuberanza giovanile. Guardiola, dopo averlo scippato al Bayern e al Barcellona quattro anni fa, rendendolo la cessione più remunerativa della storia del Coritiba, sarà di certo lo spettatore più interessato. A sinistra, invece, dopo il dramma qatariota, è stato impresso uno scarto. Netto. Addio agli Alex, Telles e Sandro. E addio a Renan Lodi, che non ha mai dato grandi garanzie.

Il nuovo padrone della corsia sarà quindi Wendell, il quindicesimo calciatore della storia del Porto ad essere convocato dal Brasile. Infine, Guilherme Arana. Una volta, in un Q&A a tema Sudamerica su Instagram, un format che il sottoscritto proponeva a cadenza mensile, risposi a una domanda sul ragazzo dicendo che l’avrei visto bene all’Atalanta. Due o tre giorni dopo ci sbarcò per davvero, alla corte di Gasperini, ma la sua avventura nel calcio italiano è stata tutto fuorché memorabile. Capita anche questo, nel calcio. L’anno dopo, però, con l’Atlético Mineiro, ha disputato una stagione top ed è stato eletto all’unanimità miglior laterale del Brasileirão. Ad ogni modo, forse, un piccolo spazio per Carlos Augusto poteva esserci.

Centrocampisti: Bruno Guimarães (Newcastle), Lucas Paquetá (West Ham), Andreas Pereira (Fulham), Douglas Luiz (Aston Villa), João Gomes (Wolverhampton), Ederson (Atalanta), Pepê (Porto)

Bruno Guimarães segna, sradica palloni, rifinisce, fa il lavoro sporco. Bruno Guimarães disegna geometrie euclidee che alimentano il sospetto che abbia un chip impiantato nel cervello che estremizza la sua visione del gioco a un livello totalmente ingiocabile per la portata umana. Agguanta e conquista ogni centimetro del rettangolo verde come una piovra inquieta. Bruno Guimarães taglia le linee avversarie con dei passaggi affilati come la lama di un samurai, Bruno Guimarães – allo stato dell’arte – è uno dei centrocampisti più completi al mondo.

Ha la faccia da bravo ragazzo ed è uno che ci tiene davvero. Indossa il 39 perché è quello il numero che «lo ha nutrito, gli ha dato i vestiti e gli ha pagato tutti i viaggi in autobus di tre ore per inseguire un sogno». 039 era il taxi che suo padre Dick ha guidato per ventuno lunghi anni per le strade di Rio De Janeiro. Resta solo da capire chi lo affiancherà in mediana.

Douglas Luiz ha appena messo in cascina una stagione da 10+10 – gol e assist – tra tutte le competizioni con l’Aston Villa, ma nel suo primo anno e mezzo europeo con la maglia del Wolverhampton João Gomes è riuscito a strabiliare. La sua rapidità di adattamento non è rimasta inosservata e dall’Inghilterra riportano che lo United sia rimasto stregato. Douglas Luiz, invece, è passato dal Manchester City senza mai giocarci.

Quando ha saputo della propria convocazione con il Brasile per la Copa America si è premurato di domandare dello stato di salute di Rio Ferdinand, su X. La provocazione e controprovocazione risale allo scorso febbraio, quando il nazionale verdeoro ha segnato contro i Red Devils e ha festeggiato in faccia a Varane esibendosi in una danza in pieno stile Dibu Martínez. I più smaliziati sostengono che fosse proprio un’allusione alla finale del Mondiale qatariota persa ai rigori dai transalpini. Eppure l’immagine di un brasiliano che rievoca un successo argentino ha tutta l’aria di un cameratismo spinto all’eccesso, forzato. Resta il fatto che la sfida era poi stata vinta dagli uomini di Erik ten Hag e Ferdy non era decisamente in vena di operazioni diplomatiche. «Stai bene, Douglas Luiz?». Dalla stagione che ha disputato, sembra proprio di sì. Spetta a loro, cogliere l’eredità di Casemiro.

Quel “loro” che, adesso, comprende anche l’atalantino Éderson, che dopo l’Europa League si è preso lo slot in più del centrocampo verdeoro come ha fatto l’altro italiano Bremer qualche metro di campo più indietro. Come Bremer, tra le altre cose, è cresciuto calcisticamente nel Desportivo Brasil. Nel 2017 pare si sia trasferito allo Shandong Taishan (il fu Shandong Luneng di Graziano Pellé, ndr), ma pare altrettanto che nessuno abbia mai visto i contorni del suo corpo a passeggio lungo le coste del Mar Giallo.

Sulla trequarti, tutto il peso creativo sarà dato in appalto a Lucas Tolentino Coelho de Lima. Che poi si fa chiamare Paquetá in omaggio all’isoletta in cui è cresciuto nella baia di Guanabara, a largo delle coste di Rio de Janeiro. Nella lingua tupi Paquetá significa “molte conchiglie”. E Dorival spera che il campionario di magie di Lucas sia abbondante proprio come le conchiglie che imperlano le sponde di questo lembo di terra, sul quale non ci si può muovere in automobile (solo in bicicletta o a cavallo).

I suoi vice saranno l’ex laziale Andreas Pereira, che al Fulham si è tolto di dosso un po’ di polvere e pur essendo nato a Duffel, in Belgio, sostiene di sentirsi brasiliano fin dentro le ossa. E con lui Pepê del Porto, che circa un anno fa era finito nella lista degli oriundi di Mancini dopo aver preso la cittadinanza italiana. La sua polivalenza offensiva potrebbe rivelarsi un’ulteriore freccia per l’arco verdeoro.

Attaccanti: Endrick (Palmeiras), Evanilson (Porto), Martinelli (Arsenal), Raphinha (Barcellona), Rodrygo (Real Madrid), Sávio (Girona), Vinícius (Real Madrid)

Il 15 settembre del 2010, al Vila Belmiro, la centrifuga del talento si aziona solo al 51’ – solo, certo, ma evidentemente non troppo tardi – per triturare le promesse di gloria dell’Atlético Goianiense, che appena un minuto prima si è portato sullo 0–2 e brama di mietere la vittima illustre. In poco meno di mezz’ora, però, il Santos verga tre montanti agli avversari, ribalta la partita e a sei giri d’orologio dal novantesimo conquista un rigore per mettere il punto esclamativo sulla rimonta.

Sul dischetto si presenta Neymar, fino a quel momento abbastanza in ombra. Ha l’aria di un re cupo, frustrato al pensiero di non poter giustiziare i suoi avversari nell’ennesima partita costellata di calci sugli stinchi delle sue esili gambe. Vorrebbe calciarlo lui, forse anche per sciacquarsi di dosso le tossine di una brutta prestazione, ma Dorival non è della stessa idea e pretende che a tirare dagli undici metri sia Marcel. Finisce 4–2 per il Santos, ma O’Ney è una furia e riversa contro il tecnico un profluvio di parole che non potrebbero essere riportate per filo e per segno in un articolo. Pochi giorni dopo, la panchina di Dorival salta. È solo lui, a farne le spese, colpevole di aver utilizzato troppo il bastone e la carota per disciplinare sua (giovanissima) maestà.

Tuttavia, dietro la mancata convocazione di Neymar non ci sono rancori personali ristagnanti, né tantomeno pregiudizi sul suo trasferimento all’Al–Hilal e sull’effettivo livello del calcio arabo, ma la rottura del legamento crociato. Non ci sarà Gabriel Jesus, che in termini statistici ha vissuto annate migliori, e nemmeno Antony, che in realtà è pure valido tecnicamente, ma paga dazio per un atteggiamento che lo ha reso un meme.

Richarlison ha fatto un po’ meglio di loro, arrivando in doppia cifra, ma anche lui è stato frenato da un infortunio. Il tridente titolare sarà quello madridista. Vinícius, dopo il gol siglato in finale di Champions contro il Borussia Dortmund, ha tutta l’aria di uno che vincerà il Pallone d’Oro. Rodrygo passa per lo scudiero di Vinícius, perché nella percezione generale Vinícius è Vinícius, ma la realtà dei fatti dice che è già una garanzia totale in termini tecnici e di maturità.

Endrick sembra davvero il prossimo cataclisma pronto ad abbattersi sul calcio mondiale. Nel match di Libertadores tra Palmeiras e Liverpool Montevideo ha rischiato di farsi fare la pelle perché la sua esultanza in omaggio a King Kong – il suo film preferito – era stata interpretata come una provocazione dai suoi avversari.

Tra le seconde linee la garanzia porta il nome di Raphinha, uno dei più costanti nell’ennesima annata insapore del Barcellona, implosa su sé stessa per via dei malumori tra Xavi e il DS Deco. È partito da lontano, Raphinha, anche umanamente. Da piccolo ignorava le istantanee quotidiane della malavita e del traffico di droga della sua Restinga. Qualche volta era anche costretto a elemosinare uno snack per strada, andando agli allenamenti, perché aveva i soldi contati sull’unghia per il biglietto del bus. Oggi ringrazia i suoi genitori, per avergli sempre indicato la via, e rimpiange quegli amici persi che a sua detta erano dieci volte più talentuosi di lui. «Non ho mai intrapreso quel sentiero, ma ne sono stato testimone», racconta sempre.

C’è anche Gabriel Martinelli, «colui che dalla quarta divisione brasiliana ha raggiunto i palcoscenici del calcio d’élite». Aveva sostenuto quattro provini con il Manchester United ed era anche stato ospite del Barcellona alla Masia, prima di approdare all’Arsenal dall’Ituano. A credere più di chiunque altro nelle sue qualità è stato il capo scout internazionale dei Gunners, Francis Cagigao, la stessa persona che più di un decennio fa portò a Londra un certo Cesc Fàbregas.

Gli outsider sono Sávio e Evanilson. Sávio è promesso sposo del City. Ed è talmente tanto brasiliano che in un’amichevole della scorsa estate tra Girona e Lazio ha fatto indispettire perfino Felipe Anderson, che a un certo punto gli ha intimato di darci un taglio coi sombreri e le finte. Evanilson ha appena archiviato una stagione da 25 centri con il Porto tra campionato (13), Champions (4) e Taça de Portugal (8). Da bambino amava disegnare, ritraeva soprattutto la mamma Madalena. Quando l’ha persa, nel 2017, ha pensato seriamente di smettere. Ora si appresta a vivere questa Copa America con il suo Brasile, quella che per lui, personalmente, è «una gioia di una grandezza che non si può misurare».

La lista completa dei convocati

Portieri: Alisson (Liverpool), Bento (Athletico Paranaense), Rafael (Sao Paulo)

Difensori: Marquinhos (PSG), Danilo (Juventus), Eder Militao (Real Madrid), Gabriel Magalhaes (Arsenal), Guilherme Arana (Athletico Mineiro), Bremer (Juventus), Yan Couto (Girona), Lucas Beraldo (PSG), Wendell (Porto)

Centrocampisti: Lucas Paqueta (West Ham United), Bruno Guimaraes (Newcastle United), Douglas Luiz (Aston Villa), Andreas Pereira (Fulham), Joao Gomes (Wolverhampton Wanderers), Ederson (Atalanta)

Attaccanti: Vinicius Junior (Real Madrid), Raphinha (Barcelona), Rodrygo (Real Madrid), Gabriel Martinelli (Arsenal), Endrick (Palmeiras), Pepe (Porto), Savio (Girona), Evanilson (Porto)

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