Roberto Mancini non può essere uno spot personale in base agli eventi. Fateci caso: dopo la figuraccia contro il Belgio, anche per chiari errori nelle scelte iniziali, i suoi amici-giornalisti-direttori non hanno fatto alcun titolo di lancio social, preferendo rinchiudersi nello sgabuzzino del silenzio. Ma sono tornati meravigliosamente in pista dopo la squillante vittoria in Turchia.
Funziona così per tre allenatori al mondo, funziona così soltanto in Italia. I tre allenatori al mondo sono Massimiliano Allegri, Roberto Mancini e José Mourinho: quando perdono è sempre colpa di un altro, se vincono sono imbattibili, maestri autentici e inimitabili.
Ci sono alcuni influencer bravi che sanno come fare senza insultare, su altri preferiamo stendere un velo (il becero chiama il becero e gli ascolti sono assicurati). Ma il fatto che giornalisti con esperienza nel mestiere di 40 o 45 anni si dedichino a questi giochini da adolescenti è un po’ la sintesi del mondo che siamo costretti a vivere. Esattamente l’opposto rispetto a quanto dovrebbe accadere.
Anche perché, in questo modo, non fanno certo una cortesia a Mancio. Anzi, esattamente il contrario.

Mancini e gli spot che arrivano soltanto dopo le vittorie
A proposito di allenatori: se non avevano fiducia, non possono pensare di acquistarla al supermercato. E quindi devono giocoforza salutare.
La storia di Carlos Cuesta è un po’ l’emblema del nostro (loro) modo di fare calcio: improvvisazione.
Accolto in pompa magna nell’estate 2025 come se fosse il nuovo Messia, il Parma di Cuesta è sempre stato un inno al difensivismo. Blocco basso, discreta organizzazione nei primi 30 metri e poi vediamo cosa succede con qualche attaccante di qualità.
Il Parma lo ha venduto come se fosse figlio di un ribaltone totale; in realtà, per ottenere chissà cosa di rivoluzionario, sarebbe bastato guardare dentro casa nostra.
Io non discuto che Cuesta possa diventare un top, magari cambiando piano gara e mentalità, ma per ottenere lo stesso suo profitto si poteva benissimo evitare un colpo di teatro. E magari anticipare di un anno l’avvento di Alberto Gilardino, che a giugno 2025 era stato un candidato autorevole prima che si decidesse di virare sul Cuesta che avanza.
Cuesta senza acuti: una scelta che non ha pagato
Cuesta senza acuti, perché di nuovo abbiamo visto poco o nulla.
L’aggravante di questa storia è doppia e qui ci facciamo del male. La scorsa estate il Parma e il diretto interessato avevano quasi deciso di separarsi, salvo poi decidere di rispettare il contratto in essere alla ricerca di cambiamenti impossibili, almeno dal punto di vista tattico.
La seconda cosa che rende l’idea di un matrimonio infelice è che Cuesta va via durante la sosta e soprattutto dopo una vittoria che aveva regalato qualche preziosissima bombola di ossigeno.
Parma, 15 mesi persi e la ripartenza di Gilardino
Dal mio punto di vista, 15 mesi persi e le migliori fortune a Gilardino, che meritava una ripartenza dal primo gradino del calcio e non dall’Inferno della Serie B.