ESCLUSIVA SI Pellissier e il marchio del Chievo: “Lo rivoglio. Camarda, regole stupide. Nazionale? Oggi giocherei un po’ anch’io”

La Clivense di Sergio Pellissier ci prova: è di ieri la notizia dell’offerta presentata per rilevare il marchio del Chievo. L’ex attaccante, oggi Presidente del club di Serie D, è intervenuto in esclusiva a SPORTITALIA per commentare la cosa e per dire la sua in merito a tanti dei centravanti protagonisti di questa Serie A e della Nazionale.

Ci parla dell’offerta che avete fatto?

“E’ quello che avevamo promesso ai nostri tifosi ed ai soci, di cercare di fare del nostro meglio per fare almeno un’offerta, cercando di riprendere quel marchio a cui siamo tanto affezionati”.

Qual è il suo sogno se pensa al futuro della Clivense?

“Intanto di riuscire a prendere quel marchio (ride, n.d.r.). E’ ancora un’incognita e lo sarà fino al 10 maggio. Mi piace tanto sognare, ma di solito queste cose le tengo per me: prima ottengo i risultati, poi penso a quelli dopo”.

Le piace il ruolo da Presidente?

“Oddio, mi piaceva di più giocare, perché dalla tribuna ti senti impotente. Ma poter gestire cose che da calciatore non sapevi nemmeno che esistessero, è una cosa del tutto nuova e bella, stimolante. Sai che se la società gira nel modo giusto gran parte del merito è di chi ci lavora dietro ai calciatori”.

Di tutti i gol che ha fatto, quale ricorda con più affetto?

“Li ricordo tutti, davvero. Devo dire che fare tre gol a Buffon a Torino non è da tutti i giorni, contro una delle squadre più forti al mondo. Ma c’è anche la rete in Nazionale, il gol all’ultimo secondo contro l’Inter, quelli nei derby, la prima rete in carriera. Son talmente tante che è difficile. Anche quando perdi rimane comunque il ricordo”.

Con così tanti gol, qual è l’offerta più importante che ha rifiutato per rimanere a Verona?

“Devo ammettere che il primo a non volermi mai far andare via è stato il Presidente Campedelli. Da quel punto di vista era una di quelle persone che si fidavano ciecamente di me. Di offerte anche pesanti ne sono arrivate al Chievo, avrei potuto andare a battere i pugni in società, ma non l’ho mai voluto fare. Non mi sembrava corretto nei confronti delle persone che mi hanno dato la possibilità di fare questa professione, sia Sartori che Campedelli. Era più per rispetto loro e dei tifosi, i quali pur se inferiori ad altri come numero, ci hanno sempre sostenuto anche nelle difficoltà”.

Guardando alle difficoltà a reperire un “9” per la Nazionale, ha mai pensato che oggi avrebbe potuto fare qualche presenza in più in Azzurro?

“Devo dire di averlo pensato, sì. Ai miei tempi era davvero improponibile poter competere con i campioni che c’erano”.

Eravate troppi…

“Ti correggo: erano troppi. Era difficile ambire alla Nazionale esserci arrivato anche solo una volta ed aver segnato è stata la ciliegina sulla torta di una carriera. Adesso gran parte degli attaccanti che allora avevano meno chances, fra i quali mi ci metto dentro anche io, magari potrebbero giocarsela di più, avere più presenze”.

L’attaccante che le piace di più, in vista degli Europei?

“Difficile da dire. E’ vero che bisogna far crescere i giovani ed avere pazienza, ma fondamentalmente non abbiamo un bomber di razza. Gli unici che in questi anni ha dimostrato di esserlo sono Immobile e Berardi, dei quali uno si è fatto male e l’altro potrebbe rischiare di non andarci. Credo che non si stia cercando l’attaccante vero, ma di fare in modo che più giocatori possibile possano fare gol. Purtroppo non esistono più i bomber di razza”.

Come mai?

“In parte dipende anche dal fatto che gli allenatori oggi hanno dei modi di giocare diversi, dove avere uno che sta lì a non far niente, ma la sa buttare dentro, non è previsto. Gli piace quello che corre, fa movimento, crea spazio per gli altri. Così facendo però si perde l’attaccante che ogni domenica fa gol. Difficilmente oggi ci sono giocatori che fanno due gol di fila. Nemmeno io lo ero”.

Poi bisogna vedere anche dove giocava e quante occasioni aveva…

“Questo è vero, ma nelle squadre che avevano più occasioni c’erano magari attaccanti più forti di me”.

Scamacca e Retegui ambiscono a diventare bomber. Raspadori invece fa un lavoro diverso: le piace?

“Sì, Raspadori non è certo una prima punta pura: ha qualità eccelsa, si fa il mazzo, mi piace e se diventasse più bomber mi piacerebbe anche di più, ma è giusto che ascolti gli allenatori che ha”.

Visto il suo percorso, che ne pensa del fatto che Camarda è già in mezzo alle sirene di mercato e fatica a firmare con il Milan?

“Mi dispiace, perché con le nuove regole non si è più vincolati in niente e penso che non sia giusto. Non è giusto avere la bravura di individuare un talento, farlo crescere in casa propria e puntare su di lui per il futuro e non poter fare niente per trattenerlo. Con queste regole chi è che investirà nel settore giovanile? Nessuno, è giusto andare a rubare i talenti degli altri, già pronti. Riusciamo a complicare sempre le cose quando sarebbero semplici, con delle regole stupide”.

Chi è bomber di razza è Lautaro in questa Serie A, che come lei riesce a colmare la lacuna del fisico non statuario con l’abilità ed il tempismo: è questa la sua forza?

“Anche, mi piace tanto e mi spiace che non sia italiano: è uno degli attaccanti più completi che abbiamo in Italia. Sa sopperire alle sue mancanze come facevano tutti gli attaccanti forti di una volta. E’ anche vero che non ci sono più i difensori di una volta. Certi movimenti ai miei tempi erano naturalmente prevedibili, mentre se li fai oggi sembri un extraterrestre. Lui li sa fare in maniera egregia, ed ha il fiuto del gol. Bomber come lui sono una rarità e capisco perché l’Inter se lo voglia tenere stretto, dato che è determinante”.

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