Solo l’AC Bilancio di Cardinale e Furlani può pensare di raggiungere il Real Madrid

Se il Milan ha 7 Champions e il Real Madrid 15, quando solo pochi anni fa ci si difendeva con un dignitoso 7-9, le cause sono da ricercare lontano. Quello che vediamo oggi, Mbappé compreso, è solo un lungo effetto a cascata di una politica perfetta, che con il campo, Ancelotti e Vinicius Jr. non ha nulla a che fare. O meglio, anche loro sono i frutti di tutto questo.
Per anni ho frequentato Madrid per piacere personale, ma ricordo che già nel mio primo viaggio, targato 2009, in occasione di una trasferta di Champions, notai una differenza enorme di gestione commerciale tra quel mondo e quanto avveniva in Italia. Più di una “Tienda” targata Real in pieno centro città, alla portata dei turisti. Mille gadget per tutte le tasche da acquistare, dai bicchierini per il liquore alla maglia indossata e autografata dai vari campioni dell’epoca. Prodotti ufficiali in qualsiasi negozio, specie al “Corte Ingles”, la “Rinascente” di Madrid per chi non c’è mai stato. In hotel, tra i canali disponibili in tv, Real Madrid TV. E poi la sera, quel mitico 21 ottobre, tutti al Bernabeu. Al quarto anello. Migliaia di scale e puzza di urina? Macchè. Scale mobili come in un centro commerciale di lusso. Freddo? Eh no… In cielo, appese, c’erano le stufe. Accese poco prima della partita e spente dopo il triplice fischio. Nel settore meno “di lusso” dello stadio. Per intenderci, a San Siro oggi, anno del signore 2024, non esiste riscaldamento ai posti nemmeno negli skybox. A cui si accede o per le scale di Italia ’90, o per un’ascensore abbastanza angusta. Sipario. Specie su Beppe Sala che ancora (stra)parla di stadio.
Tornando a noi, è in quegli anni, che il gap di oggi si stava creando. Non in campo, dove Pato (che meraviglia) ribaltò tutto. Ma fuori. E oggi purtroppo, paghiamo le conseguenze di un ritardo di quasi 20 anni. Con il Real Madrid che organizzando due concerti di Taylor Swift al Santiago Bernabeu, incassa 9 milioni di euro, cioè quanto la cessione di Saelemaekers al Bologna. Posto che al Real non mancano manco le cessioni, senza impoverire però la rosa della prima squadra: basti guardare gli incassi dei vari Borja Mayoral, Kubo, Miguel Gutierrez… Tutti giocatori ex Castilla.
E quindi? Quindi, cari tifosi del Milan, prima di deridere le scelte di questa proprietà e di questa dirigenza, che intendiamoci non sono infallibili, bisognerebbe comprenderne la logica. Fare ironia sul bilancio, sull’under 23, sullo stadio… E’ tutto molto molto simpatico. Ma senza questi aspetti, su cui Gerry Cardinale, RedBird e Giorgio Furlani stanno lavorando in maniera eccellente, non c’è presente, né futuro. E allora sì, oggi paradossalmente è più importante sapere come va a San Donato che chi arriverà in attacco, dove comunque qualcuno di forte arriverà probabilmente. E’ più incisivo l’ok per la seconda squadra che l’annuncio di questo o quell’altro allenatore. E’ da festeggiare con interesse l’ennesima iniziativa commerciale a Dubai, più che disperarsi per l’amichevole andata male (che comunque, appunto, ha portato soldi). Non si tratta di tifare l’AC Bilancio (meme eccezionale, devo ammetterlo). Si tratta di capire che nel 2024, il Milan può tornare il Milan solo così. Perché anche il Real Madrid ha vissuto 32 anni di digiuno in Champions, dal 1966 al 1998, oltre a un altro mini-digiuno da 12, dal 2002 al 2014, ma ha lavorato a 360 gradi per tornare in vetta. Per non raggiungerli solo in quello, e tornare sul tetto d’Europa prima del 2039, l’unica strada possibile è esattamente quella di Cardinale e Furlani. E pazienza se passerà ancora per qualche scelta di mercato sbagliata o qualche altro Derby perso. Anche se l’augurio di tutti, in primis dei diretti interessati, è che non sia proprio strettamente necessario.

P.S. A proposito: complimenti all’under 17 azzurra e ai gioiellini rossoneri Longoni, Liberali e… Francesco Camarda. Pronto a rinnovare, anche grazie al lavoro complicatissimo svolto a Casa Milan. Per il “trasferimento a zero” e “Marotta in agguato”, ripassare un’altra volta. Per chi lo aveva scritto e per chi ci aveva creduto.

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