Chivu, la “polizia” del turnover, e la strada più difficile

Dopo la caduta di Bodø e le tensioni post Inter-Juventus, il tecnico nerazzurro finisce sulla graticola. Ma la realtà racconta un’altra storia.

La “polizia” del turnover non vedeva l’ora. Dopo aver espresso dubbi fin dall’inizio della stagione sulla scelta dell’Inter di affidare la panchina a Cristian Chivu, la fragorosa caduta sui ghiacci norvegesi di Bodø ha riacceso le voci di chi aveva previsto un’annata incolore, basando tutto sul background ancora acerbo di un allenatore che si presentava ai nastri di partenza con appena tredici panchine alle spalle.

Eppure, la realtà racconta altro. Un’Inter schiacciasassi in campionato, capolista con autorità, capace di dare continuità a un progetto tecnico che sembrava fragile solo sulla carta. Ora però arriva la prima vera prova da dentro o fuori della nuova gestione.

Turnover sotto processo

A pochi giorni dalle polemiche del Derby d’Italia contro la Juventus, il capro espiatorio sembra già individuato: Chivu.

C’è chi lo accusa di non aver risparmiato le fatiche norvegesi a giocatori come Lautaro Martinez, uscito acciaccato e ora infortunato. E c’è chi, al contrario, sostiene che le cinque variazioni rispetto alla formazione tipo siano state la causa di una serata storta che rischia di compromettere il cammino europeo.

Due critiche opposte, stesso bersaglio.

Il paradosso è evidente: poco importa la coerenza dell’analisi, purché sia l’allenatore a finire sulla graticola.

Una nuova idea di calcio

Chivu rappresenta una nuova corrente tecnica, una “nouvelle vague” che punta a coniugare risultato e identità di gioco. Una filosofia che prova a valorizzare il singolo attraverso il collettivo, rompendo con le abitudini consolidate del calcio italiano fatto di gestione, polemiche e mind games.

Un approccio che inevitabilmente divide. E che attendeva solo un passo falso per essere messo in discussione.

La scelta di esporsi

C’è però una variabile spesso ignorata: la scelta consapevole di Chivu di esporsi mediaticamente nel post partita contro la Juventus. Invece di scaricare responsabilità su un singolo o sul direttore di gara, ha difeso pubblicamente Alessandro Bastoni, assumendosi il peso delle critiche.

Una decisione complessa, che ha sacrificato parte della propria immagine pubblica per rafforzare lo spirito di appartenenza dello spogliatoio. Un gesto da leader, più che da comunicatore.

Vincere o piacere?

L’obiettivo del tecnico nerazzurro sembra chiaro: vincere con l’Inter, non convincere opinionisti o ex calciatori. Una strada ambiziosa e rischiosa, perché nel calcio italiano la memoria è corta e il conto della critica arriva in fretta.

San Siro sarà il giudice più severo. Se il campo darà ragione a Chivu, le polemiche diventeranno rumore di fondo. In caso contrario, gli strali saranno pronti a colpire.

Perché nel calcio, come sempre, il confine tra visione e presunzione lo traccia soltanto il risultato.

Change privacy settings
×