La Juve vince quando se ne frega del “non gioco” di Allegri. Quel minuto di ribellione dopo la difesa a oltranza. Maldini, quanto rancore: più pettegolezzi che accuse. Il rispetto si concede prima di pretenderlo

Dopo due stagioni penose, in cui la Juve ha fallito tutti i traguardi è tempo di puntare allo scudetto. Lo hanno capito i giocatori bianconeri, ma fa finta di non capirlo il loro allenatore appiattito sull’obiettivo minimo posto dalla società. Ormai lo dicono apertamente tutti, dopo Rabiot lo ha ribadito anche Gatti. I giocatori vogliono vincere lo scudetto nonostante il “non gioco” imposto da Allegri. Curioso che a ogni minimo segnale di reazione, anche istintiva, scomposta o rabbiosa poi corrisponda il gol come nel caso dell’1-2 di Gatti. Il traguardo però non si raggiunge con prestazioni orribili come quella di Monza. L’apoteosi dell’allegrismo più deprimente: difesa a oltranza e botta di culo finale. Se questo è calcio, meglio abbandonare lo stadio e attendere direttamente il risultato finale. Tanto è una scommessa perché sai che un golletto prima o poi arriva, il resto è sofferenza. Eppure non è questione di qualità dei giocatori. Lo ha insegnato Spalletti che ha saputo rinunciare a Koulibaly, Mertens e Insigne facendo di necessità virtù. Basterebbe copiare e incollare. E dire che Giuntoli ce la sta mettendo tutta per aiutare Allegri andando a rivitalizzare gente come Rugani o Alex Sandro (un po’ come fece a Napoli con Mario Rui e Lobotka) e infondendo fiducia in giocatori di secondo livello perché, al contrario del suo allenatore, ritiene che tutti possano dare il loro contributo e che la differenza si possa fare anche senza eccellenze. È proprio la guerra fra due mondi e due modi di interpretare il pallone. Qui non si tratta di scommettere su un allenatore che già sente il proprio destino segnato. E gli adulatori di professione non hanno bisogno di andare sempre in soccorso di chi gli concede attenzione come fosse un’elemosina. Un po’ di dignità non guasterebbe anche nel giudicare e non solo nel sostenere a prescindere. Poi i gusti restano gusti e la differenza fra tifo e giudizio racchiude tutte le fragilità di questa epoca.

Non bisognerebbe nemmeno confondere storia e giudizio come nel caso di Paolo Maldini. Fenomenale giocatore, ma manager discutibile nei suoi attacchi personali da ex dirigente. Non ci fosse stato questo momento difficile per il Milan avrebbe svelato quei pettegolezzi (perché di questo si tratta) nei confronti dei suoi ex dirigenti? Il dubbio ci resta perché non si misura dal tempo di permanenza allo stadio l’amore e il rispetto di un presidente come Scaroni verso la propria squadra. Boniperti e Ferlaino, con questa logica, sarebbero stati linciati. Il punto vero è mettere erroneamente sullo stesso piano il proprio passato da calciatore con il proprio presente da dirigente. Fare il manager richiede oneri e onori. E la bravura di un buon capo si misura nella capacità di incassare le contestazioni e di saper ammettere i propri errori. Mettere sul tavolo il nome Maldini non basta per sentirsi immune da critiche dopo aver speso 35 milioni per De Ketelaere (ottavo giocatore più pagato nella storia rossonera) pensando di aver acquistato il nuovo Kakà. Nella vita ci si confronta senza ritenersi continuamente offesi solo perché arriva qualche legittima critica. E non si tratta di coraggio di dire ciò che si pensa. In questo caso la solidarietà va a tutti quei manager che non hanno accumulato i soldi di Maldini (nella precedente carriera in campo) e che rischiano ogni giorno il posto di lavoro per le decisioni che prendono. No, caro Maldini, questo non è parlar chiaro, ma pura e semplice arroganza di un predestinato (in campo) che si ritiene intoccabile anche dietro una scrivania.

Paolo De Paola