Quella tra Sinner e Djokovic è stata una semifinale ricca di spettacolo, ma tra i due non è finita qui. Il serbo deve fare i conti con il ritiro.
La semifinale di Melbourne 2026 rimarrà scolpita negli annali come il momento in cui la teoria è diventata realtà, trasformando il cemento della Rod Laver Arena nel palcoscenico di un avvicendamento storico. Il percorso che ha portato Jannik Sinner e Novak Djokovic a incrociare le racchette in questo penultimo atto degli Australian Open è stato un crescendo di emozioni, ma anche di indicazioni chiarissime sullo stato di salute del tennis mondiale. Sinner è approdato alla sfida da vero cannibale, ripulendo il tabellone con una ferocia agonistica che ha lasciato poco spazio alle interpretazioni, poi purtroppo qualcosa è andato storto.

Nonostante le sterili polemiche arrivate dalla Spagna, dove alcuni media lo hanno accusato di “sceneggiate” per mascherare la fatica, Jannik ha risposto con i fatti. Il suo cammino è stato un capolavoro di gestione, culminato nella mattanza sportiva ai danni di Ben Shelton, ormai diventato la vittima sacrificale preferita dell’azzurro: un avversario annichilito dalla precisione scientifica di un numero uno che non concede più nulla. Dall’altra parte della rete, Novak Djokovic è arrivato a questo scontro finale mostrando i primi, umani segni di cedimento di una leggenda eterna. Il suo percorso verso la semifinale è stato un sentiero tortuoso, segnato da una sofferenza inaspettata, che però ha ribaltato totalmente il favore dei pronostici.
Il serbo ha rischiato grosso contro Lorenzo Musetti, in un match che sembrava ormai compromesso prima del tragico ritiro del carrarino. A 38 anni, Nole ha dovuto fare i conti non solo con gli avversari, ma con l’inesorabile scorrere del tempo. Se la sua classe rimane intatta, la capacità di sostenere ritmi forsennati per cinque set è apparsa scalfita. La semifinale appena giocata ha sancito quel passaggio del testimone che nell’aria aleggiava da tempo: la resistenza eroica di un Re che non vuole abdicare contro la spinta di una nuova era che non chiede il permesso, ma si prende il trono con la forza della gioventù.
Sinner è il vero erede di Nole, Bertolucci: “E’ un Djokovic due”
In questo scenario di mutamento profondo, le analisi post-match di Paolo Bertolucci su Volèe di Rovescio offrono una chiave di lettura tecnica fondamentale. L’ex tennista ha innanzitutto voluto rendere merito a Lorenzo Musetti, protagonista di un torneo che, al di là dell’infortunio, ne ha certificato la maturità: “Lorenzo ha fatto quel click importante, quel salto di qualità che lo consolida in prospettiva e conferma che la sua posizione nel ranking la vale tutta. Non si tratta di un regalo piovuto dal cielo. Si tratta di una posizione meritata e non di un momento di arrivo, anzi”. Parole che sottolineano come l’Italia abbia ormai trovato un secondo pilastro d’eccellenza.
Ma è nel cuore del duello tra i due giganti che Bertolucci individua la vera rivoluzione copernicana.

Se Shelton è stato definito una “vittima predestinata” incapace di reagire alla solidità dell’azzurro, è il confronto diretto con Djokovic a definire la nuova dimensione di Sinner. Bertolucci ha inquadrato perfettamente la superiorità mostrata da Jannik, definendolo come l’evoluzione definitiva del modello serbo: “Sinner potrebbe essere un Djokovic due, ha qualcosa in meno di Nole ma imprime una velocità nello scambio superiore a quella di Djokovic. In parole povere possiamo dire che Jannik riesce a giocare alla Djokovic con un ritmo più alto”.
È questa la sintesi perfetta di quanto visto a Melbourne. Sinner ha preso il “manuale” del tennis moderno scritto da Djokovic – fatto di difesa impenetrabile, risposte profonde e tenuta mentale – e lo ha aggiornato con una cilindrata superiore. Giocare “alla Djokovic” ma con una velocità di palla che lo Djokovic originale non riesce più a sostenere è la mossa finale di una scacchiera che ha visto l’allievo superare il maestro. La semifinale, al di là dell’esito, ha confermato che il tennis ha un nuovo padrone, capace di replicare la perfezione tattica del passato proiettandola in un futuro dai ritmi insostenibili per chiunque altro.