L’Inter domina la scena italiana non per caso. Domina perché programma, decide e soprattutto sa chi deve decidere. Oaktree ha avuto il merito di capire una cosa che nel calcio italiano viene spesso dimenticata: quando una macchina funziona, non si smonta. Si corregge, si migliora e si continua a farla correre.
La scelta è stata quella di garantire continuità a un management che aveva già prodotto risultati eccellenti, sia dal punto di vista economico sia sotto il profilo della competitività sul campo. Trofei sfiorati, conquistati o persi malamente fanno parte della storia recente dell’Inter. Ma non cancellano la qualità del lavoro costruito negli anni.
La conferma di Marotta, poi diventato presidente e anche azionista del club, è stata la fotografia perfetta di questa strategia. Una garanzia di continuità e di presenza, dentro e fuori dal campo, sul piano politico e su quello sportivo.

Inter, qui nessuno improvvisa: il club ha una linea precisa
I meriti della direzione sportiva di Piero Ausilio sono sotto gli occhi di tutti. E anche qui la scelta è stata quella della continuità: Dario Baccin, collaboratore diretto e uomo scelto dallo stesso Ausilio anni fa, è stato individuato come figura destinata a raccoglierne l’eredità.
Non è una coincidenza. È un modello.
E dentro questo modello c’è anche Cristian Chivu. Il tecnico ha dimostrato con i fatti di essere perfettamente inserito nel programma decisionale del club, rivelandosi una soluzione e mai un ostacolo dell’ingranaggio.
Basta guardare Diouf. Un investimento che non soltanto è stato confermato nella sua bontà nonostante le iniziali difficoltà, ma è stato addirittura rivalutato dall’intuizione di trasformarlo in esterno. Un’idea che ha funzionato al punto da spalancargli anche le porte della Nazionale francese.
Questo è il punto: all’Inter le decisioni hanno una logica, una continuità e una responsabilità precisa. Non c’è bisogno di ricominciare da zero ogni volta che qualcosa non funziona.
E la classifica, oggi, è la conseguenza più evidente di questa impostazione.
Roma, la svolta ha spezzato il “mostro a due teste”
La stessa classifica racconta indirettamente anche la bontà della strada intrapresa dalla Roma a partire dalla scorsa primavera.
Perché i giallorossi erano finiti dentro una situazione diventata difficilmente sostenibile. Da una parte Gasperini, dall’altra Claudio Ranieri: un vero e proprio “mostro a due teste” che rischiava di trascinare la Roma nell’ennesima stagione di anonimato.
A un certo punto bisognava scegliere. E la Roma ha scelto.
Una decisione rischiosa, certo. Ma necessaria per costruire un progetto nel quale finalmente esistono una direzione e una prospettiva. Perché la proprietà ha anche le potenzialità economiche per sostenere un percorso ambizioso.
La Roma oggi ha la possibilità di costruire qualcosa di credibile e duraturo, non soltanto in Italia. E la differenza rispetto al passato sta soprattutto nella possibilità di sapere chi decide, perché decide e dove vuole portare il club.
È una chiarezza che, guardacaso, manca al Milan.
Milan, il problema è a monte: quando la confusione societaria arriva sul campo
Il nuovo corso rossonero sta assumendo contorni sempre più complicati a livello di pura gestione. E quello che succede sul campo finisce inevitabilmente per essere la conseguenza di ciò che accade prima, molto prima del fischio d’inizio.
Cardinale ha optato per un repulisti della precedente linea di comando, ancora troppo legata ai dettami di chi aveva la maggioranza delle azioni prima di lui. Una scelta legittima e, sotto il profilo della presa di posizione, anche forte. Ma c’è un problema: accentrare tutto significa anche assumersi tutto il peso delle conseguenze.
E la storia del calcio italiano insegna che difficilmente questo genere di impostazione produce risultati immediati.
La sensazione è quella di una trasposizione, fatte le debite proporzioni, di quanto accaduto al Chelsea: un club nel quale la struttura dirigenziale sul campo ha faticato a trovare una credibilità stabile e che è rimasto esposto alle influenze di agenti e intermediari.
Ma agenti e intermediari fanno il loro mestiere. Il loro interesse economico è inevitabilmente diverso da quello di un club. Non hanno ruoli né responsabilità dirette nella gestione della squadra.
Ed è proprio per questo che una società forte deve avere una dirigenza forte. Si capisce allora perché, smentite di rito a parte, la tensione sul fronte della proprietà stia crescendo in maniera direttamente proporzionale ai risultati mancati e al mancato impiego costante degli investimenti sostenuti in estate per rendere il Milan più competitivo e, sulla carta, decisamente più bello rispetto a quello della passata stagione targata Allegri.
La missione, poco oltre la metà di settembre, sembra complicata su entrambi i fronti. Perché alla fine il calcio non perdona la confusione.
L’Inter ha costruito continuità. La Roma ha scelto una direzione. Il Milan, invece, deve ancora dimostrare di averla trovata.
E forse non è un caso che la classifica, oggi, racconti esattamente questa storia.