Col senno di poi, Andrea Agnelli aveva ragione. La sua idea di una Champions League diversa, la Superlega non era una provocazione, ma una visione strategica.
Con una competizione europea riformata, oggi i club italiani avrebbero avuto più possibilità di arrivare fino in fondo, se non addirittura di vincere, grazie a un elemento fondamentale: la certezza della partecipazione.

Investimenti da pianificare
La possibilità di pianificare investimenti sapendo di essere stabilmente in Champions League avrebbe permesso a Juventus, Milan, Inter e ad altre squadre italiane di crescere strutturalmente. Invece, oggi nessuno vuole ammettere una realtà evidente: c’è una nazione che domina questa Champions ed è l’Inghilterra. La Premier League ha un vantaggio economico enorme e strutturale che la Champions attuale non solo non riduce, ma amplifica.
Chi non vede il potere dei club inglesi è miope, fanno razzia, prendono tutto e lasciano le briciole.
La Champions immaginata da Agnelli avrebbe tolto potere alla Premier, restituendolo alla competizione europea, permettendo anche ai club italiani di essere competitivi non solo episodicamente, ma nel tempo.
Oggi lo scenario è chiaro: Premier League, Paris Saint-Germain e Bayern Monaco sono le squadre che partono sempre avvantaggiate. PSG e Bayern hanno la certezza quasi matematica di qualificarsi ogni anno alla Champions League, perché dominano campionati poco competitivi. Lo stesso vale per Barcellona e Real Madrid, anche loro tranquille, sempre m. Questo consente loro di investire senza rischi, programmare e sbagliare anche una stagione senza conseguenze.
In Italia, invece, la situazione è opposta. L’Inter oggi è la squadra più forte, ma cosa succederà quando finiranno gli aiuti finanziari e le “vite extra” di cui ha beneficiato negli ultimi anni? Senza certezze, le squadre italiane continueranno a vivere nell’incertezza, costrette a investire sempre sul filo del rasoio.
Ed è qui che Agnelli aveva ragione: senza garanzie sulle competizioni, fare pianificazione è quasi impossibile. Il rischio è quello già visto con la Juventus post-Covid, costretta a una dolorosa emorragia economica e sportiva.
Conte ha ragione… ma solo a metà
Anche Antonio Conte ha ragione, almeno in parte. Gli infortuni continui sono figli di un calendario folle, e basta guardare la gestione della Coppa Italia: Juventus in campo giovedì e poi di nuovo domenica. In queste condizioni, una squadra è costretta a scegliere se puntare al campionato o alla coppa, del resto sarebbe stupido favore infortuni utilizzando i migliori al freddo e a gelo.
Conte ha ragione quando denuncia lo squilibrio e quando afferma che il Napoli è stato penalizzato da un numero eccessivo di partite ravvicinate. Ha ragione anche nel lamentarsi di alcune scelte di calendario discutibili.
Tuttavia, Conte non ha totalmente ragione. Alcuni infortuni sono stati anche frutto di una gestione non ottimale dei calciatori. Alcuni giocatori sono esplosi fisicamente solo ora, segno che forse si poteva intervenire prima con una rotazione migliore, evitando di sovraccaricare altri elementi poi finiti ko. Vergara non si poteva usare prima?
Il tema squalifiche: qui non ci possono essere dubbi
Infine, il capitolo più delicato. Chi minimizza o non sanziona i fatti accaduti sugli spalti a Cremona avrà torto marcio. Abbiamo già sentito qualcuno che giustifica parlando di elementi isolati. Se in passato sono state vietate trasferte ai tifosi della Roma, del Napoli, della Fiorentina e della Lazio, non si capisce perché non debba esserci parità di trattamento per tutti.
L’episodio che ha coinvolto Audero poteva finire molto peggio. In passato, per lanci di oggetti anche meno pericolosi, si è arrivati all’interruzione delle partite. Una monetina o un oggetto lanciato dagli spalti in passato ha portato anche alla partita persa.
Se esiste ancora un minimo di giustizia sportiva, serve una squalifica esemplare. Chi non prenderà una posizione chiara e coerente dimostrerà di avere torto. Non un torto qualunque, ma un torto marcio.