Quel che resta del Mondiale: l’utopia reale. E noi: Pirlo l’uomo sbagliato al momento sbagliato

Mentre tra me e New York si riempie alle mie spalle il cielo che per 40 giorni ha fatto sognare le luci della città sempre desiderata, si dilata l’utopia che ogni quattro anni ci ricorda che un altro mondo è possibile, che per quanto irreale è quello però che abbiamo il dovere di chiedere. Nel lungo addio alla capitale del mondo mi chiedo che cosa resta di questo Mondiale.

E non parlo dal punto di vista calcistico – è stato sicuramente un Mondiale emozionante, divertente, con vari picchi, e record clamorosi, all’altezza delle aspettative e oltre viste le incognite di un allargamento a 48 squadre, anche se di certo non è stata l’edizione più bella di sempre come sostengono i media americani e nemmeno tra le prime cinque.

E nemmeno mi riferisco al punto di vista politico: è stato detto tutto quello che si doveva e poteva, dai visti agli sconfinamenti americani, agli inchini della Fifa.

L’organizzazione del Mondiale tra difficoltà e contraddizioni

Parlo del lato organizzativo e sociale, cosa c’era intorno, quello che è effettivamente accaduto perché il Mondiale si svolgesse, e allo stesso tempo ancora più importante a quello che è stato il lascito nelle persone che ci sono state e l’hanno vissuto.

È stato il mio 15º torneo consecutivo dal 2008, percorso arricchito da un paio di Copa America e Olimpiadi nonché da un Mondiale per Club. Ma se mi attengo solo europei e mondiali, non c’è alcun dubbio che questo sia stato il torneo organizzato in maniera peggiore. O quantomeno più complicato da fare. E non necessariamente questo rappresenta una attribuzione di colpa alla Fifa. Perché per la prima volta, cosa di cui aveva avuto già il sospetto nel passato mondiale per club, ho assistito a un’istituzione, che fosse UEFA o Fifa, costretta a chiedere con il cappello che i propri standard di eccellenza fossero rispettati il più possibile. Normalmente nei grandi tornei si assiste a un paese ospitante desideroso e operoso nell’assolvere a tutte le richieste che la FIFA/Uefa faccia per realizzare un modello organizzativo che viene esportato di torneo in torneo. Negli USA è stato totalmente differente, non solo con un’organizzazione che dal punto di vista logistico ha lasciato totalmente desiderare, ma proprio con l’impressione e non solo un’impressione che il paese ospitante ci tenesse costantemente a ricordare chi fosse il padrone di casa, non con spirito di ospitalità per chi arriva dal resto del mondo, ma ricordando di non dover disturbare.

In questo la Fifa ha dovuto fare da incudine per ottenere quanto più possibile, e si aggiunge l’assurda realtà di aver dovuto adattarsi non solo quindi a uno Stato centrale piuttosto volubile, ma anche ai differenti Stati di cui sono composti gli USA, ognuno ansioso di dimostrare la propria differenza non con l’accoglienza ma con il potere.

Ovvio, in questo a pagare il prezzo più alto sono stati i tifosi, con le difficoltà evidenti nel godere dell’evento.

 La magia del Mondiale e il sogno di New York

Però poi c’è dell’altro, ed è la magia: quella che a prescindere dalle difficoltà il Mondiale posa su chi abbia la fortuna di trovarsi sotto il suo cielo. In un posto incredibile come l’America assume un aspetto di infantile gioia che ti lascia un vuoto, e l’emozione ti prende alla gola quando è passato e non ce l’hai più. E in questa piramide di vita, alla cima è il tempo speso a New York, che vestita del mondiale ha dato a chi l’ha vissuta la sensazione di un sogno felliniano a occhi aperti.

 La crisi della Nazionale e il nodo del nuovo CT

Quando poi si torna sulla terra, quella italiana, andiamo a sbattere sulla realtà di non avere ancora il ct ben un mese dopo le elezione dei vertici FIGC. E potrebbe andare anche bene se le cose fossero fatte bene.

Ma la surreale conferenza dove vengono dichiarati urbi et orbi obiettivi e trattative (quasi a voler convincere l’opinione pubblica del proprio operato), comunicando un’idea di improvvisazione e allo stesso tempo depotenziando i prossimi candidati, ufficializzando il fatto che siano una quarta o quinta scelta, beh è stata una pezza peggiore del buco.

E andrebbe comunque bene anche così, se fosse fatta la scelta giusta. Con una Nazionale nel suo peggior momento di sempre, piena di fragilità esposte alla minima difficoltà, come può essere Pirlo la scelta adatta? È ovvio il massimo rispetto per l’uomo e il calciatore, ma l’allenatore al momento non ha dimostrato un livello adatto a un compito così terribilmente complicato.

Pirlo per l’Italia è l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Abbiamo evidentemente bisogno di un ct con le spalle sufficientemente larghe per sostenere le fragilità di tutto il movimento. Qualcuno come Antonio Conte, che con forza ci sappia trasportare attraverso la tempesta. Non importa che sia solo per un biennio: del piano decennale per ristrutturare il movimento se ne faranno carico i vertici, un qualcosa che è differente dal risultato momentaneo della Nazionale. Prendere la scelta necessaria è ben più importante della unità di intenti con Maldini e Leonardo.

E lo sa anche Malagò, che probabilmente è rimasto incastrato dai desiderata di Paolo Maldini, inattesi rispetto a quando è stato scelto dal nuovo presidente FIGC.

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