Ceferin blocca le partite all’estero: “Il calcio non è uno show da esportazione”. È guerra tra UEFA e club?
Il calcio europeo è davanti a un bivio. E questa volta la linea è stata tracciata in modo netto.
Durante il 50° Congresso UEFA a Bruxelles, Aleksander Ceferin ha lanciato un messaggio chiarissimo: le partite dei campionati nazionali non devono essere giocate fuori dall’Europa. Nessuna apertura, nessuna diplomazia. Una presa di posizione che rischia di aprire un nuovo fronte tra UEFA, leghe e grandi club.
Negli ultimi mesi si era tornati a parlare con insistenza della possibilità di portare match ufficiali di campionato negli Stati Uniti, in Medio Oriente o in Asia. Un’idea sostenuta da chi vede nel calcio un prodotto globale, pronto a conquistare nuovi mercati e generare ricavi milionari.
Ceferin, però, ha chiuso la porta.

“Non si può vendere l’identità per qualche milione in più”
Il presidente UEFA ha difeso con forza il concetto di radicamento territoriale. Secondo la sua visione, i campionati nazionali esistono perché esistono le città, i tifosi, le rivalità storiche. Togliere una partita dal suo contesto naturale significa trasformarla in un evento neutro, scollegato dalla sua anima.
Il messaggio è chiaro: il calcio non può diventare uno spettacolo itinerante pensato solo per massimizzare i profitti.
Una posizione che arriva in un momento delicato, dopo anni di tensioni tra istituzioni e grandi club europei, culminate nel caso Superlega. Ora il tema non è più una competizione parallela, ma la globalizzazione dei campionati stessi.
Perché questa decisione può cambiare tutto
Il dibattito è esplosivo perché tocca un punto centrale: il futuro economico del calcio europeo.
Le leghe guardano ai mercati esteri come a una miniera d’oro. La Premier League ha già una presenza globale fortissima. LaLiga e Serie A cercano nuove strade per aumentare ricavi e visibilità. Giocare una partita ufficiale a New York o a Dubai significherebbe incassi enormi, sponsor internazionali, audience planetaria.
Ma a quale prezzo?
Molti tifosi vedono queste operazioni come un tradimento. Per loro il calcio è appartenenza, territorio, identità. È lo stadio sotto casa, non un’arena a migliaia di chilometri di distanza.
Tifosi divisi, club in silenzio
Sui social il tema ha già acceso il dibattito. Da una parte chi applaude Ceferin per aver difeso la tradizione. Dall’altra chi sostiene che il calcio moderno non possa permettersi di ignorare la dimensione globale.
Per ora i grandi club osservano con cautela. Nessuno vuole uno scontro frontale con la UEFA, ma è evidente che l’idea di espandere il brand all’estero resta sul tavolo.
Siamo davanti a una nuova battaglia politica nel calcio europeo?
La sensazione è che questa non sia una semplice dichiarazione di principio. È un segnale di controllo. Un modo per ricordare che l’ultima parola sulla struttura del calcio europeo spetta ancora alle istituzioni.
La domanda, però, resta aperta:
il calcio deve restare legato alle sue radici o diventare definitivamente un prodotto globale?
Perché se la spinta economica continuerà a crescere, prima o poi qualcuno tornerà a bussare a quella porta.
E la prossima volta potrebbe non bastare un discorso per fermarla.