E’ un problema molto più profondo del calcio, che pure, fino a prova contraria, per gli europei è tutt’altro che una tematica banale.
La distanza tra Gerry Cardinale e il Milan è culturale e per questo assolutamente incolmabile, anche a fronte di qualsiasi tentativo che, per inciso, non è nemmeno preso in considerazione. Il modo di pensare di Cardinale parte da una base che già da sola basta a far saltare ogni ragionamento: il pregiudizio, il nemico di ogni confronto e di conseguenza di ogni margine di crescita. Le sue scelte trasmettono da anni una profonda preclusione nell’accettare la nostra cultura, il nostro modo di vivere, di ragionare e di lavorare.

Il pregiudizio come punto di partenza
Tutto sembra partire da un presupposto: ciò che ha funzionato nel suo mondo è necessariamente superiore a ciò che trova qui, con il conseguente disprezzo malcelato verso ciò che invece non conosce, come l’Italia e gli italiani. Dal modo di (non) comunicare al metodo utilizzato per riavviare il Milan, tutto sembra finalizzato a dimostrare la superiorità del modello RedBird, senza mostrare alcuna apertura mentale alla possibilità che ciò che lui reputa terzomondistico e folkloristico possa invece arricchirlo.
Un progetto senza identità
Cardinale – e i suoi uomini storici, raccontati da chi li ha frequentati come ancor meno competenti e meno “aperti” di lui – non vuole portare il suo know-how, perché altrimenti lo avrebbe già fatto: in quattro anni invece non è stato in grado di portare nemmeno uno sponsor, un accordo commerciale, un partner di sviluppo, uno straccio di buona idea. Oggi vuol far credere di essere all’anno zero per ricreare una verginità, ma sta per iniziare la sua quinta stagione e il suo pensiero era e rimane quello di colonizzare con superficialità quel mondo che reputa troppo arretrato per resistergli: da qui il suo poco rispetto per tifosi, o meglio dire clienti, stampa e persino altre società rivali e annessi dirigenti.
Il Milanismo ignorato
E’ qualcosa che supera il campanile della maglia: A differenza di quanto fatto dai Friedkin a Roma, Cardinale non ha mai cercato di entrare in sintonia con l’identità del club. Il punto non è che stia distruggendo il Milanismo. Il punto è che si comporta come se non esistesse, nelle piccole cose come nelle enormi. La poca competitività della squadra in campo, a questo punto, sembra quasi la cosa meno interessante per chi ama davvero il Rosso e il Nero. Oggi la gente mi ferma sotto Casa Milan, quella Casa Milan che dovrebbe essere il tempio dei Milanisti ma che invece oggi viene disertata costantemente in favore dei saloni del Four Season, e non mi chiede più chi sarà il prossimo centravanti e nemmeno chi allenerà il Milan. Oggi i Milanisti vogliono solo sapere “Quando se ne vanno”.
Perché quella di Red Bird Capital Partners è a tutti gli effetti un tentativo fallito di esportazione di civiltà: propagandano di essere venuti a portare progresso, ma sono qui solo per fare business a modo loro, calpestando la storia e sopratutto i sentimenti. Ciò che non hanno valutato abbastanza però è che qui non è Hollywood e che la loro permanenza senza frutto rischia di somigliare a un Vietnam economico, cioè a un’inspiegabile quanto dolorosa sconfitta su un campo semplicemente preso sotto gamba. Perché un uomo capace di essere parte di operazioni finanziarie ad alti livelli, non può fallire per mancanza di intuizioni o capacità. Ma i fallimenti non nascono sempre dall’incompetenza. A volte nascono dalla convinzione di non avere nulla da imparare.