Aver mancato la qualificazione ai Mondiali nei play-off con Irlanda del Nord e Bosnia, avversari da rispettare ma di parecchio inferiori, è inaccettabile.
Una figuraccia del genere non era né prevedibile e probabilmente nemmeno immaginabile: saltare per tre edizioni di fila la partecipazione alla manifestazione più importante in assoluto neanche nei peggiori incubi.

Un disastro
Purtroppo è tutto vero, e cosa più grave la sconfitta ai calci di rigore con la Bosnia ha riportato il calcio italiano all’età della pietra. Questi stiamo, purtroppo. Un paese lontano, molto lontano dal centro del calcio. Viviamo di ricordi, aggrappati a una storia che sta perdendo anche i colori. Mentre gli altri si evolvono, colgono i cambiamenti e vanno al passo coi tempi, in Italia è tutto fermo. Dal 2017, cioè l’anno della prima eliminazione contro la Svezia, per arrivare a oggi non è accaduto assolutamente nulla in grado di alzare il livello. Una parentesi felice a Euro 2021, poi il buio. L’ennesima figuraccia Mondiale, questa sì che è finita sulle pagine di tutti quotidiani sportivi (e non solo) del globo, ha prodotto l’azzeramento totale della FIGC. Gabriele Gravina si è dimesso, Gianluigi Buffon anche. Seguito a ruota da Gennaro Gattuso. Il presidente uscente lascia dopo un Europeo vinto e due accessi ai Mondiali falliti. La conferenza post eliminazione a Zenica è stata surreale: ha sbagliato tutto quello che poteva. Comunicazione, modi e tempi. Le dimissioni “indotte” dal Governo un atto dovuto. Gravina ha le sue responsabilità, anche tante. Ma è stato lasciato solo. Doveva e poteva fare di più per rilanciare il calcio italiano però il governo centrale non lo ha sostenuto. Gli aiuti per l’azienda calcio erano stati promessi ma mai arrivati, dunque resta la sensazione che ai piani alti qualcuno aspettava solamente l’occasione giusta per defenestrarlo dal ruolo. Da manager i risultati sono sotto gli occhi di tutti: obiettivi falliti, zero sviluppo di un sistema che si basa sul nulla. Purtroppo.
Settori giovanili
Mentre in Italia si dibatte su discorsi populistici del tipo “i ragazzi non giocano più per strada” e altre banalità simili, all’estero sviluppano settori giovanili che partono da scelte razionali, forti, estremamente innovative. I governi centrali sostengono le federazioni sportive per lo sviluppo dei vivai. In Inghilterra, nel fantastico Mondo della Premier, se le Academy non sono strutture di un livello eccelso i club vengono fatti fuori. In Olanda e Belgio fino alle Under 17 agli allenatori è negata la possibilità di preparare le partite tatticamente. Il risultato non interessa, non è ciò che conta. La base, il principio, è lo sviluppo del giovane. Tecnica personale, movimenti, sviluppo dell’aspetto motorio e cognitivo del calciatore. Roba di un altro pianeta se paragonato al nostro paese. In cui la maggior parte degli allenatori che lavorano nei vivai guadagnano al massimo 500 euro, arrivano al campo in ritardo dopo la giornata di lavoro. Perché per vivere giustamente devono fare altro. Cosa possiamo aspettarci a livello di insegnamento in un contesto del genere? Assolutamente nulla. E infatti il calcio italiano, a oggi, è il nulla cosmico. Gli allenatori dei settori giovanili sono lo specchio dei grandi, sia ben chiaro. Ora tutti (o quasi tutti) parlano di Nazionale, di rilancio dell’Italia. Quanti hanno il coraggio di lanciare giovani o giovanissimi nelle rispettive squadre? Forse appena il 10%. Chi gioca per vincere vuole giocatori affermati, chi gioca per non retrocedere manda in campo gente esperta. D’altronde lavorano in club che senza risultati li cacciano all’istante, in società che non sanno aspettare o – cosa ancor più grave – non hanno una minima programmazione. In più con rose piene di stranieri.
Soluzioni necessarie
Sapete perché ne arrivano così tanti? Perché le società altrove comprano a 1 con la speranza di rivendere a 10. Possono usufruire del decreto crescita e pagare i costi di acquisto a rate. Per risolvere questa criticità enorme serve una mano anche dalle istituzioni. Ridurre le tasse, le pressioni fiscali sull’acquisto di calciatori italiani è necessario. Ora ancora di più. Il sistema è già ampiamente in tilt, se non si dovesse far qualcosa si rischia di andare ancora più a fondo. A proposito: per risalire servono uomini giusti. Giovanni Malagò come presidente della FIGC ci può stare, ma è il solito nome. Nulla di nuovo, in pieno stile italiano. Guai a proporre una figura differente, lontana dai soliti giri. Sembra che ci sia un divieto. Sulla parte sportiva il nome è uno soltanto: Paolo Maldini. Serio, professionale e professionista. Gli amici degli amici con lui non attaccano, non si fa imporre nulla e non è uomo da mediazioni. Ha competenze per prendere in mano il rilancio dell’Italia. Merita questa chiamata e carta bianca. Compresa la scelta del nuovo CT. E pensare a un allenatore straniero non è eresia. Anzi, forse è proprio arrivato il momento di affidarci a chi è fuori dalla logica di certi sistemi. Un’altra cosa: basta dare credito e riconoscenza a gratis agli eroi del 2006. Massimo rispetto per i calciatori che ci hanno fatto vincere il quarto Mondiale. Poi però servono competenze e non riconoscenze. Altrimenti non ne usciremo più.