Ibra, l’alleato di chi desidera un Milan senza Furlani: ma GF non molla e rilancia

L’umiltà, la qualità meno attesa da chi, nella sua carriera, ha fatto della sua leggendaria “presunzione” un marchio di fabbrica su cui scherzare e per cui distinguersi. Ma gli anni portano saggezza e passano per tutti, anche per Zlatan Ibrahimovic.

Prima, un passo indietro, all’anno scorso: per mesi, Ibra è stato il volto pubblico di una stagione fallimentare. L’uomo mandato davanti alle telecamere a difendere scelte, risultati, silenzi e confusione. Poi, quando il castello è crollato, è sparito lui. Accantonato. Defilato. Quasi trasformato nel parafulmine perfetto di una dirigenza che invece è rimasta al proprio posto. E chi conosce Ibrahimović sa bene una cosa: può accettare una sconfitta, ma non dimentica mai un’umiliazione.

Il ritorno di Ibrahimovic nei giochi di potere del Milan

È normale che oggi Ibra, che a San Siro viene spesso, a Milanello ogni tanto e in trasferta da mesi non più, chieda il conto, ricordando che del Milan e di RedBird è investitore, partner attivo, non un semplice ex giocatore con velleità di carriera dirigenziale.

Il suo ritorno nei giochi di potere rossoneri non avrebbe quindi il sapore della semplice rivincita personale: avrebbe il tono duro di una restaurazione. Zlatan, dicono rumors sempre più forti, vorrebbe riprendersi il peso politico che ritiene gli sia stato tolto ingiustamente. E soprattutto, che venga applicato lo stesso principio che è stato applicato a lui: se una stagione fallisce, nessuno deve essere intoccabile.

In questa visione, Giorgio Furlani dovrebbe essere messo in discussione. Non necessariamente per vendetta cieca, detto che il rapporto tra i due è stato spesso conflittuale, ma per una questione di coerenza interna. Nell’ultimo anno si è consumato uno squilibrio evidente nella considerazione dei due: chi aveva responsabilità operative e sportive è stato sacrificato mediaticamente, mentre il vertice gestionale, che ugualmente ha messo mano al lato tecnico, senza averne le competenze, è rimasto protetto.

E per un uomo cresciuto nella cultura feroce dello spogliatoio, dove chi perde paga, questa è quasi un’eresia. Ibra da mesi si è tagliato i capelli e veste elegantissimi completi chiari su misura, quasi a sottolineare che quello dell’anno scorso non esiste più: oggi sembra più Gordon Gekko che un ex attaccante in cerca di autore. Il messaggio “estetico” è diretto a tutti, anche a Cardinale.

Lo scontro tra la visione aziendale e quella calcistica

Dietro questa situazione, c’è anche un evidente scontro di identità. Da una parte una visione di un’azienda e basta, algoritmica, finanziaria, internazionale. Dall’altra la visione del campo, del calcio.

Zlatan è stato per anni un simbolo di una concezione quasi monarchica del calcio, dove le società vincono quando hanno uomini forti, riconoscibili, temuti. Come ai suoi tempi, come ai tempi di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani.

Già, Galliani: quel Galliani che resta il riferimento massimo di Ibra nel calcio e che sarebbe perfetto nel nuovo Milan zlatancentrico.

Sul mio canale YouTube ieri, mi sono permesso un paragone: Galliani è il Mattarella del Milanismo, una figura di unione nel momento più divisivo degli ultimi 40 anni. È il Presidente perfetto, per non dire l’unico, per segnare il contrasto coi giochi di potere e delle lobby che col calcio nulla hanno a che fare.

Galliani rappresenta tutto ciò che oggi il club ha perso: relazioni, esperienza politica, lettura del calcio italiano, capacità di proteggere squadra e ambiente nei momenti difficili. A oggi, si tratta solo di una suggestione: domani chissà.

Sullo sfondo, la figura di Massimo Calvelli, già operativo nel club e presente nel CDA: l’ex CEO di ATP potrebbe diventare il tassello ideale per chiudere gli incastri delle posizioni nell’organigramma.

Cardinale, Furlani e il futuro del Milan

Un possibile ritorno di Ibrahimović assumerebbe contorni molto più profondi di un semplice rientro dalla porta principale. Sarebbe un tentativo di battaglia culturale prima ancora che dirigenziale. Dire basta a chi pensa che il Milan debba essere governato come una multinazionale e rimettere al centro chi crede che il calcio, soprattutto in Italia, continui a essere soprattutto potere, personalità e istinto.

Una battaglia però, con un arbitro confuso. Perché Gerry Cardinale dovrà prendere presto atto della sfiducia totale del mondo Milan, ben oltre i già importanti tifosi, nei confronti di Furlani. Ma è consapevole di essere legato all’attuale CEO da un rapporto che va oltre le nomine, sin dal closing del 2023, e suggellato dagli indiscutibili attivi di bilancio portati in dote da GF.

Per questo, Furlani stesso, intanto, prepara l’ennesimo rimpasto, convinto di rimanere in sella: Tare out, D’Amico in e per la panchina poi si vedrà.

Presto, prestissimo, Cardinale dovrà scegliere quale Milan vuole davvero. Sarà in grado di farlo con lucidità, per il bene — sportivo e non — a lungo termine del suo investimento, o penserà ancora solo ed esclusivamente a non rimetterci un euro al 30 giugno? Perché altrimenti così, il proprietario del Milan, potremmo farlo davvero tutti…

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