Il discorso è molto semplice: Luciano Spalletti e Damien Comolli non sono compatibili, parlano due lingue diverse.
La certificazione dell’eliminazione dalla prossima Champions (aspettiamo l’ultimo giro di carte) non sarebbe che la conferma di un rapporto impossibile. Comolli parla la sua lingua, sceglie i calciatori a modo suo, consulta intermediari che lo mandano fuori strada piuttosto che dentro. La Juventus ha quattro-cinque direttori, ne basterebbe uno per fare le cose in un certo modo. Comolli un anno fa aveva confermato Tudor: chi pensa che quell’interregno del croato non sia stato decisivo per l’eventuale mancata qualificazione è prevenuto oppure in malafede.

Una frattura gestionale sempre più evidente
Da quando Spalletti è arrivato ha commesso errori anche importanti (le sue dichiarazioni a caldo di domenica scorsa, quando parla di Europa League come obiettivo da non sottovalutare, sono da respingere al mittente). Ma Comolli più di lui, perché la visione di Damien non è all’altezza della storia della Juventus. E il modo di organizzare il club non può essere considerato affidabile o competitivo. Pensate che lo scorso gennaio Spalletti aveva chiesto uno straccio di attaccante: Comolli ha mandato i suoi uomini a perlustrare l’Europa. Tra incontri, summit, collegamenti video e audio, è riuscito a bucare quattro-cinque trattative. Tutte saltate, per poi ripiegare su due esterni, Boga e Holm. Se non fosse la storia recente, faticheremmo a pensare a trame di mercato con la Juve protagonista (?).
Il peso delle parole dentro la crisi Juve
Le dichiarazioni di Spalletti (“devo parlare con John Elkann”) sono la sintesi di questo malessere. Lucio non può chiedere teste, non è nel suo stile, ma se in futuro si navigherà così a vista spiegherà che difficilmente si uscirà dall’imbuto. Comolli è una scelta di Elkann: sarebbe clamoroso (ma nulla escludo) che se la rimangiasse dopo appena un anno. Si tratterebbe dell’ennesima prova di una confusione strisciante, in cui si pensa di aggiungere un direttore in più piuttosto che andare al succo del problema.
Con tutto il rispetto, non capisco che contributo abbia dato fin qui Francois Modesto: ci fosse o non ci fosse, sarebbe la stessa cosa. Le dichiarazioni di Giorgio Chiellini di qualche giorno fa (“Dobbiamo vivere alla giornata”) saranno state di pancia e poco ponderate, ma se questi sono gli effetti forse è meglio stare in silenzio per 15 giorni piuttosto che dire cose incendiarie.
La Juventus davanti a un bivio decisivo
La Juve è una cosa troppo più grande dell’ultima routine e dell’eterna improvvisazione. Morale: se Elkann ritiene di non poter sollevare Comolli a un anno dalla nomina, ritenendolo una sua scelta, allora lo isoli da Spalletti e gli affidi un altro incarico. Altrimenti il rischio — enorme — sarebbe quello di ritrovarsi punto e daccapo tra cinque o sei mesi.
La Juventus non può immaginare di risolvere i suoi grandi problemi cambiando allenatore ogni anno. E, nello stesso tempo, non deve pensare di confermare un allenatore, senza certezze di Champions, facendolo entrare in un vicolo cieco. Questo è il primo, indispensabile passaggio: il resto conta meno di zero.