C’è un palazzo di 4 piani in una delle zone più rivalutate di Milano che è rimasta una cattedrale nel deserto: è Casa Milan, che dovrebbe essere il biglietto da visita del club e che infatti viene puntualmente snobbato da Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimovic, che preferiscono gli hotel per i loro summit visionari.
La direzione di un progetto la si coglie anche in questi piccoli, apparentemente insignificanti, dettagli. Cardinale e Ibrahimovic, fatta piazza pulita senza eleganza né stile, ora ne pagano le conseguenze: non hanno un CEO, né un DS né un allenatore e stanno rimediando, come prevedibile, solo porte in faccia in giro per l’Europa. Difficile darsi un tono di credibilità: nel 2026 la gente sa, si informa, legge, chiede e si regola di conseguenza.

Una società senza riferimenti e senza credibilità
Basti pensare alla modalità di approccio: cercano un allenatore prima del direttore sportivo a cui farà capo. Un modo per mettere i punti sulle i in partenza: dovrà essere una società di fantocci che staranno ai comodi di Ibra, almeno quando non avrà iniziative commerciali, vacanze, spot da registrare, sessioni di caccia e partite da commentare. Chi ha qualità è disposto ad accettare questo? La risposta la conoscete e la trovate nei fatti: a 72 ore dal folle comunicato di esonero, RedBird non ha rimpiazzato nessuno.
Salvo poi bullarsi nel summit carbonaro di lunedì, organizzato per diffondere il verbo, di aver deciso di “licenziare Furlani da un anno”. Chissà quando avrebbero trovato il CEO se lo avessero deciso domenica sera dopo la partita, di pancia, per fare lo show, il colpo di coda del “qui comando io”, nel tentativo di riscattare – nella sua testa – anni di “non comanda nulla perché i soldi non sono i suoi”.
Il Milan trattato come un’azienda qualsiasi
La verità è che anche oggi, che vuole spiegare al mondo che il Milan è suo, Gerry Cardinale non comanda nulla perché non sa minimamente cosa possiede. Se lo sapesse, per esempio, avrebbe evitato di sparare a zero sui giocatori senza remore né riserva mentale: oltre che indelicato e poco professionale, è stato poco furbo, visto che ora dovrà venderli senza il coltello dalla parte del manico o addirittura pagarli fino all’ultimo giorno di contratto per passeggiare e giocare contro.
Avrebbe evitato di parlare senza contegno di Galliani e Maldini: forse è meglio che i summit li faccia al Four Seasons, perché altrimenti Casa Milan, davanti a certe parole, sarebbe crollata dalla vergogna. Se Cardinale sapesse cos’è il Milan, o almeno si fosse contornato di gente che glielo potesse spiegare, lunedì avrebbe chiesto scusa ai tifosi e avrebbe trovato un modo per consolarli.
Ma per lui i tifosi non esistono: esistono solo i clienti, come si era già capito dalle politiche su prezzi, tifo organizzato e tutto il resto.
La delusione dei Milanisti e il peso delle parole
In questo scenario apocalittico, resta la delusione dei Milanisti: di Luka Modric e del suo sogno rovinato da un addio non all’altezza di ciò che poteva e doveva essere. Di Matteo Gabbia, che al Milan ha fatto il dirigente, il capitano e il capo della comunicazione negli ultimi due anni, salvo sentirsi mettere nel gruppo di chi “se ne frega”. E di tutti coloro che hanno sottratto soldi, tempo e salute alla loro vita, alle loro famiglie, per subire tutto questo.
“Solo io e Zlatan non abbiamo dormito domenica notte”, ha detto tronfio Cardinale ai giornalisti convocati, come un ragazzino che pensa di aver scoperto da pochi giorni un giochino nuovo a 59 anni e di poterlo insegnare agli altri. E tutti gli altri intorno, che in quel gioco da decenni conoscono chi ci mette la vita, lo hanno guardato con compassione e imbarazzo.