Al netto di tutte le meritate critiche delle ultime settimane, non si può non dare atto a Gerry Cardinale di aver fatto scelte di rottura, ardite.
Dall’impeto di una reazione di pancia, sta nascendo un Milan coraggioso: una struttura rigida che sicuramente necessiterà di tempo, ma che almeno rappresenta una sterzata chiara e univoca verso un modello. Sarà importante saperlo spiegare alla gente il prima possibile, con i modi giusti: i Milanisti sanno capire, a patto di non sentirsi presi in giro. Vanno coinvolti, appassionati, tenendo presente la base di partenza: un più che comprensibile scetticismo nel migliore dei casi, una totale delusione con contorni di rabbia nei più frequenti. Il nuovo Milan ha bisogno di pazienza e di tempo in un ambiente già sfibrato dalle troppe delusioni degli ultimi anni: l’idea di seminare per raccogliere in futuro é qualcosa che già la precedente proprietà valutava 6 anni fa. A conti fatti, chissà come sarebbe andata in confronto ai due trofei, scudetto e supercoppa italiana, raccolti dal 2020 a oggi.

Un nuovo modello da spiegare ai tifosi
A cambiare dovranno essere tante cose, sostanzialmente tutte: in primis servirà trovare quell’unità di intenti che è letteralmente sempre mancata e che si può raggiungere solo dando “in gestione” la parte sportiva a un blocco unico, compatto, e non a un insieme di persone eterogenee.
Basta alibi: i giocatori sono il vero comun denominatore
Servirà entrare nelle viscere anche di una squadra che dalle mille guerre e problematiche ha trovato in questi anni troppi alibi: perché è pur vero che proprietà, dirigenti e allenatori vari hanno sbagliato, ma dalle umiliazioni nei Derby di Pioli a Milan-Cagliari di tre settimane fa, passando per Zagabria, Rotterdam, finale di Coppa Italia contro il Bologna, il comun denominatore é sempre quel manipolo di giocatori che ormai ha evidentemente dato tutto e che ha denunciato palesi problemi di carattere e personalità.
Leao e un addio che oggi conviene a tutti
A tal proposito, una parentesi la merita Rafa Leao: l’intervista a RTP diffusa ieri é molto grave nel suo contesto e inchioda il portoghese. Intanto, le parole: “Ho già conquistato ciò che ambivo a conquistare al Milan. Se dovesse succedere, me ne andrò da qui molto contento, soddisfatto di aver contribuito a portare il club dove merita di stare”. Poi, le tempistiche: l’intervista risale ad aprile, in vista del Mondiale. Oggi, alla luce del disastro di maggio e delle dichiarazioni di giugno, emerge una verità già sospettata: che Leao, nel bel mezzo della fase decisiva del campionato, aveva in mente tutt’altro che il bene della squadra e il buon esito della stagione. E in realtà anche un’altra: che un giocatore che pensa di aver ottenuto tutto vincendo due trofei, e di aver riportato il club dove merita dopo un ottavo posto, non ha capito proprio che maglia indossa. Ecco perché la sua richiesta incessante di cessione non solo non è una brutta notizia, ma è una delle poche note positive di questo preoccupante inizio di estate: peggio di così, forse, davvero non può più andare.