Orsato, Gasperini, Chivu, Fabregas: cosa sta succedendo davvero alla Serie A

Mai avrei pensato che una parte così importante della crisi che ha investito il nostro calcio potesse affondare le proprie radici in un concetto apparentemente banale: la fruibilità del prodotto. O meglio, mai avrei pensato che una delle possibili soluzioni potesse essere tanto logica, semplice ed evidente da essere rimasta per anni ai margini della discussione.

Eppure è proprio da qui che bisogna partire.
Il calcio non è soltanto tattica, risultato, classifica, strategia. È anche spettacolo. È emozione. È ritmo. È imprevedibilità. È la capacità di tenere incollato lo spettatore alla partita anche quando sul campo non ci sono necessariamente i migliori giocatori del mondo.
Per troppo tempo, invece, il nostro campionato ha finito per coltivare una sorta di compiacimento autarchico nei confronti della propria esasperazione tattica. Abbiamo trasformato la partita in una partita a scacchi, elevando il tatticismo a parametro assoluto della qualità di un allenatore e finendo, quasi senza accorgercene, per sacrificare proprio ciò che rende il calcio uno spettacolo. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. E il nuovo corso arbitrale rappresenta probabilmente uno dei segnali più interessanti di questa trasformazione.
La linea dettata da Daniele Orsato nel suo nuovo ruolo di designatore va esattamente nella direzione di una maggiore continuità del gioco: meno interruzioni, maggiore tolleranza nei confronti dei contatti, meno tempi morti, più attenzione alla possibilità che la partita possa svilupparsi senza essere continuamente spezzettata.
Non è una rivoluzione regolamentare. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, potenzialmente più importante: un cambio di filosofia. E i primi numeri della stagione sembrano suggerire che questa filosofia non sia rimasta confinata alle intenzioni.

Meno interruzioni, più calcio: la rivoluzione che non sembrava possibile

Il punto non è sostenere che improvvisamente il calcio italiano sia diventato spettacolare. Il punto è riconoscere che si è iniziato a intervenire su uno degli elementi che per anni hanno contribuito a renderlo meno spettacolare.
Una partita continuamente interrotta perde inevitabilmente ritmo. Ogni fallo fischiato interrompe una possibile transizione, ogni protesta prolunga una pausa, ogni situazione di gioco esasperata sul piano arbitrale finisce per sottrarre minuti effettivi a ciò che dovrebbe rappresentare il cuore del prodotto: il gioco.
E se il calcio vuole tornare ad essere competitivo anche sul piano commerciale, televisivo e internazionale, non può permettersi di ignorare questo aspetto. Perché lo spettatore contemporaneo ha molte più alternative rispetto al passato. Il problema del calcio italiano non è soltanto la concorrenza degli altri campionati. È la concorrenza dell’intrattenimento in quanto tale. E allora anche cinque o dieci minuti di gioco effettivo in più, distribuiti all’interno di una partita, possono diventare un elemento decisivo. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto agli arbitri.
La vera scommessa, infatti, è capire se questo nuovo contesto riuscirà a modificare anche la cultura calcistica degli allenatori italiani. Ed è qui che il discorso diventa decisamente più interessante. Perché se gli arbitri contribuiscono a eliminare le pause, devono essere gli allenatori a riempire quel tempo con il calcio.

La sfida dei tecnici: dal risultato a una nuova idea di gioco

Il passaggio successivo è inevitabile. Non basta accelerare il gioco se poi le squadre continuano a interpretarlo secondo logiche conservative. Non basta avere meno interruzioni se l’idea di fondo rimane quella di concedere il meno possibile, abbassarsi, aspettare l’errore dell’avversario e affidarsi alla singola giocata.
Serve una trasformazione culturale.

E qualche segnale, finalmente, sembra esserci: prendiamo l’Inter e il lavoro di Cristian Chivu.
Anche una trasferta come quella del Bernabéu, con il rischio concreto di andare incontro a una serata complicata contro una squadra capace di sfruttare ogni spazio, diventa interessante se inserita all’interno di una prospettiva più ampia.
Il punto non è soltanto stabilire se una determinata scelta tattica porterà tre punti. Il punto è quale calcio si vuole costruire.
La scelta dei Campioni d’Italia di rinunciare, almeno in parte, alla figura del mediano classico in favore di una maggiore qualità nella costruzione e nel palleggio racconta proprio questo tentativo: aumentare il numero di giocatori capaci di partecipare alla manovra, costruire superiorità attraverso il possesso, cercare il controllo della partita attraverso la palla e non soltanto attraverso la gestione degli spazi.
È una strada rischiosa e può produrre risultati meno immediati.
Può persino esporre a qualche imbarcata.

Ma è anche una strada che può contribuire a costruire una mentalità diversa. E in questo senso il risultato della singola partita rischia quasi di diventare secondario rispetto alla direzione intrapresa. La stessa filosofia appartiene da tempo a Gian Piero Gasperini, uno degli allenatori che più di tutti ha contribuito a scardinare alcune delle convinzioni sedimentate nel nostro calcio.

Roma, Como e Frosinone: il calcio italiano sta cambiando pelle

La Roma di Gasperini è oggi una delle dimostrazioni più evidenti di come l’ambizione offensiva possa convivere con la competitività. La squadra giallorossa si è accreditata come una delle principali candidate a contendere il titolo alle squadre più attrezzate e lo scontro diretto che ha preceduto la sosta ha avuto anche questo effetto: riaccendere l’interesse nei confronti di un campionato che soltanto pochi mesi fa sembrava destinato a spegnersi con largo anticipo.
Per troppo tempo abbiamo avuto bisogno delle polemiche per mantenere vivo l’interesse. Il campionato era già deciso, ma continuavamo a parlarne. Gli arbitri diventavano protagonisti. I presunti complotti prendevano il posto delle analisi. Le discussioni televisive sostituivano il calcio giocato. E alla fine ci siamo ritrovati con un prodotto incapace di alimentare autonomamente l’interesse che avrebbe dovuto generare.
Adesso, invece, qualcosa sembra muoversi sul campo.

La Roma offre verve e intensità. Il Como di Cesc Fabregas continua a rappresentare uno degli esempi più interessanti di calcio propositivo, con un’idea di possesso e di costruzione che prescinde dall’avversario e che non sembra voler accettare il tradizionale compromesso italiano secondo cui, contro una squadra più forte, la prima necessità debba essere necessariamente quella di difendersi.
E poi ci sono realtà come il Frosinone di Massimiliano Alvini, capaci di proporre un’idea di calcio ambiziosa anche quando il contesto suggerirebbe prudenza. Sono segnali diversi, provenienti da realtà diverse, ma accomunati da un concetto: provare a giocare invece di limitarsi a sopravvivere.
È probabilmente questa la vera rivoluzione. Non significa rinnegare la tradizione tattica italiana. Significa smettere di considerare la difesa come l’unico linguaggio attraverso il quale dimostrare intelligenza calcistica.

Abbiamo messo in discussione persino il talento

C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione: per anni abbiamo avuto la presunzione di spiegare il calcio al resto del mondo.
Abbiamo costruito una narrazione nella quale il talento doveva necessariamente essere disciplinato, imbrigliato, adattato alle esigenze del sistema, e in questa ricerca spasmodica dell’equilibrio siamo arrivati persino a mettere in discussione giocatori che, altrove, venivano considerati fenomeni.

Il caso di Kevin De Bruyne è emblematico.
Con la Nazionale belga abbiamo potuto ricordare che certe qualità non scompaiono improvvisamente. Le imbucate, la visione di gioco, la capacità di leggere gli spazi, la qualità dell’ultimo passaggio non sono proprietà che un giocatore perde semplicemente perché cambia contesto.
A volte bisogna semplicemente metterlo nelle condizioni di esprimersi. Ed è un concetto che vale per De Bruyne come per molti altri talenti.
Il sistema dovrebbe esaltare il giocatore, non diventare una gabbia nella quale il giocatore è costretto a rinunciare alle proprie caratteristiche migliori. Forse è proprio questo che stiamo lentamente riscoprendo. Il calcio italiano ha passato anni a cercare il controllo assoluto dell’imprevedibilità. Abbiamo tentato di eliminare il rischio, di ridurre gli spazi, di prevedere ogni situazione. Ma il calcio, per sua natura, vive esattamente dell’opposto.

Vive dell’errore, Vive dell’uno contro uno,  della giocata improvvisa. Vive della verticalizzazione che nessuno aveva previsto. Vive del talento che rompe lo spartito, e soprattutto vive della possibilità che qualcosa possa accadere.

Il futuro del calcio italiano passa dallo spettacolo

Non si tratta, naturalmente, di sostenere che bisogna abbandonare la tattica.

Il calcio moderno è tattica, organizzazione, preparazione atletica, analisi dei dati, gestione degli spazi e delle transizioni. Ma tutto questo deve essere messo al servizio dello spettacolo e non utilizzato come alibi per eliminarlo. Il nuovo corso arbitrale può rappresentare un primo tassello. Gli allenatori devono raccogliere la sfida. Le società devono avere il coraggio di investire in giocatori tecnici e creativi. I dirigenti devono smettere di considerare il risultato immediato come l’unico parametro attraverso cui giudicare un progetto.

E noi, infine, dobbiamo forse recuperare una cosa che sembrava essere diventata quasi estranea al nostro calcio: la voglia di guardarlo. Un campionato non vive soltanto attraverso la classifica. Vive attraverso l’attesa della partita.

Attraverso la sensazione che una gara possa regalare qualcosa che non avevamo previsto. Lo abbiamo dimenticato inseguendo la perfezione tattica, il controllo, la gestione, il risultato.
Abbiamo sacrificato lo spettacolo sull’altare della nostra supposta superiorità calcistica.

Quell’altare lo abbiamo distrutto. Forse, finalmente, abbiamo trovato il modo di ricostruirlo.

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