Fateci caso: lo sport nazionale in Italia, come minimo uno dei primi tre, è difendere qualche allenatore a prescindere dai risultati ottenuti per poi azionare lo sfogatoio verso altri che non hanno lo stesso privilegio mediatico.
La lista dei privilegiati non è ricca, ma piena di nomi roboanti: Allegri e Conte occupano un posto in prima fila, Mourinho è da podio, loro possono sbagliare mezza stagione oppure quattro ma sarà sempre colpa di qualcun altro.
La cosa più folle (con tutto il rispetto) che ho letto o ascoltato negli ultimi giorni è che il Napoli sta steccando semplicemente perché Aurelio De Laurentiis non ha potuto fare il mercato.
Una bellissima (si fa per dire) scorciatoia per concedere a Max gli alibi a prescindere, da oltre cinque anni funziona così, dal poco fantasmagorico (si fa per dire bis) ritorno alla Juve all’incompiuta Milan per poi trasferirsi sotto il Vesuvio con risultati fin qui deludenti.
I suoi amici non vogliono bene ad Allegri e scrivo queste cose al buio, poche ore prima di Napoli-Bodo Glimt. Non gli vogliono bene perché distorcono la realtà in modo assurdo e gli fanno un danno pensando di fargli una cortesia (difenderlo, appunto).
Ci sono due passaggi essenziali che smontano qualsiasi tipo di ricostruzione fantasiosa: De Laurentiis aveva avvertito Max e in contemporanea tutto il mondo (in modo particolare quello molto vicino alle vicende azzurre) che non avrebbe potuto fare acquisti senza la cessione di oltre venti calciatori. Praticamente impossibile perché Antonio Conte lo aveva dissanguato.
E nello stesso momento Allegri, aziendalista da sempre, aveva aggiunto di essere molto soddisfatto di un organico ritenuto competitivo. In pratica, aveva bypassato il calciomercato, soddisfatto come un ragazzino alla prima gita fuori porta.
Quindi, se gli volete bene non difendetelo a prescindere perché gli fate solo danni, Max aveva accettato tutto con enorme entusiasmo.

Ovviamente questo giochino porta a non avere scrupoli
Ovviamente questo giochino porta a non avere scrupoli quando bisogna “sparare” su un allenatore che non ha la copertura e che non ha interesse ad averla.
Gli esordienti o presunti tali sono sotto il fuoco incrociato se sbagliano due mesi di lavoro, ma in qualche caso anche due o tre partite.
Poi c’è lui, Rino Gattuso, atteso al varco da sempre, esattamente dal primo giorno in cui ha deciso di sedersi in panchina per provare il brivido dell’altra faccia del calcio dopo una strepitosa carriera da calciatore.
Non gli hanno perdonato nulla, nemmeno quando ha fatto un discreto lavoro di semina come al Napoli o in casa Milan.
È andato all’estero per rifarsi una vita, ha accettato la Nazionale quando in tanti avrebbero rifiutato, si è preso – mortificato – ogni colpa quando di solito vince e vige lo scaricabarile.
E neanche il tempo di varcare i cancelli di Formello che gli hanno detto di tutto: inadeguato, incapace, la Lazio rischia la retrocessione, sarà una stagione dolorosissima.
Al 90 per cento è andata così e al giochino hanno partecipato fior di professionisti: ex direttori diventati nel tempo opinionisti, imbucati speciali, influencer incapaci di mettere tre parole di italiano in croce, un’accoglienza che di solito si riserva a un appestato.
Basterebbe mettersi d’accordo su una cosa
Basterebbe mettersi d’accordo su una cosa, ovvero giudicare dopo aver dato al diretto interessato la possibilità di esibirsi per almeno un paio di mesi. Niente da fare.
Adesso non è importante capire se la Lazio vincerà lo Scudetto, arriverà in Champions, in Conference oppure decima.
È molto più importante memorizzare, comunque vada, che è assolutamente in grado di svolgere il suo lavoro, con idee brillanti e totale coinvolgimento del gruppo.
Per lui si butterebbero nel fuoco, in campo lo spettacolo è da rimarcare, con tanti saluti alla deriva mediatica che ora fatica a chiedere scusa.