La sfida più difficile per gli arbitri: fischiare secondo coscienza, e non con il timore per il designatore

Porca miseria, che razza di settimana da montagne russe.

Siamo passati da 48 ore folli sabato scorso, in cui eravamo convinti di essere sull’orlo della nuova Calciopoli, al comunicato di lunedì della Procura di Milano che chiariva come lo scenario fosse ben diverso e si delineasse il palazzo dei veleni tra arbitri. Ma su queste inchieste non si può mai sapere: le notizie arrivano spizzate giorno per giorno (ma perché mai fanno così le procure, sin dai tempi di Tangentopoli?!), e datare articoli e trasmissioni è la cosa più saggia, perché anche informare è molto, molto provvisorio.

Un’inchiesta ancora in evoluzione

Allo stato dell’arte sembra essersi più definita e molto ridimensionata la famigerata riunione del 2 aprile a San Siro, che per due giorni ci sembrava un deflagrante vertice vis-à-vis con l’Inter, e che ora invece, secondo la rivelazione di Repubblica, sembrerebbe (condizionale d’obblighissimo) solo una telefonata tra Rocchi e un altro dirigente AIA, dove il designatore menzionerebbe il club referee manager dell’Inter in merito al gradimento di arbitri. Espressione che ha un range che vale una vita, perché la menzione che ne farà Rocchi ci dirà quanto sia un desiderata o quanto una lamentela per un arbitraggio — detto che il citare qualcosa che sarebbe stato detto ha una valenza probatoria a una galassia di distanza dalla prova che sia stato detto proprio in quei termini.

Sempre da Repubblica abbiamo poi appreso che uno dei 29 interrogati AIA racconta del retroscena del “Fatti i fatti tuoi” sul rigore su Bisseck non dato in Inter-Roma, e allora la cosa fa trasecolare quando dal legale di Gervasoni apprendiamo che il pm sia venuto a conoscenza di fatti di Inter-Roma dai giornali, visto che, se confermato, come può un episodio del genere non essere d’interesse nell’inchiesta.

Ma è tutto provvisorio, come vedete.

Il clima interno tra gli arbitri

Quello che però è già acclarato è il clima di sospetto, invidia e animosità con cui vivevano gli arbitri, e non per attacchi dei club ma per giochi di potere tra loro: un arrivismo che, per carità, c’è sicuramente sempre stato, ma che è fatale quando diventa così predominante nello svolgersi delle proprie funzioni.

La partita in Procura per gli arbitri è tutta da giocare, ma la sfida morale per loro è ancora più importante: perché quello che sembra trasparire è soprattutto il quadro di arbitri in campo animati dal soddisfare il giudizio del proprio designatore per poter avanzare di carriera, e non concentrati semplicemente nel fare al meglio il proprio lavoro.

La vera sfida morale del sistema arbitrale

Eravamo abituati al concetto di sudditanza psicologica verso le squadre, ma non verso il capo che dovrebbe essere rispettato, non temuto. Abituati a pensare attraverso il prisma del “che squadra vuole favorire”, ignoravamo invece come il mondo arbitrale potesse muoversi su logiche a parte, per proprie logiche di potere.

Ma non è per quel motivo che sono là gli arbitri. E per conservare credibilità e fiducia, sarà meglio che loro e il prossimo designatore ricordino la ragione del loro ruolo: non soldi e potere, ma servire al meglio il gioco.

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