Bonny si racconta: “Mia madre è il mio eroe, il parcheggio il nostro mondo”. E l’aneddoto sulla Juve

Dall’infanzia a Tours fino all’Inter, Bonny ripercorre le tappe della sua vita tra difficoltà, sogni spezzati e ripartenze. Un racconto autentico fatto di amicizie, famiglia e momenti che hanno segnato il suo percorso umano e calcistico.

Dalle strade di Tours fino alla Serie A con l’Inter, passando per sogni spezzati e ripresi con forza. È un racconto intimo e potente quello di Ange-Yoan Bonny, che in un’intervista a L’Équipe ha ripercorso le tappe più importanti della sua vita.

Ange Yoan Bonny, attaccante dell’Inter
L’Inter supera il Torino nei quarti di finale di Coppa Italia e vola in semifinale (Screen X)

Il legame con Tours

Sono molto legato a Tours”, racconta l’attaccante nerazzurro. “Nei centri di formazione ci sono tanti parigini e, per loro, le città di provincia sono campagna. Ci dicevano: “A Tours siete dei contadini””. Ma proprio lì, lontano dai riflettori, Bonny ha costruito le sue radici: “Il posto dove ci ritrovavamo più spesso? Un parcheggio. Non ha niente di glamour, ma è nel cuore del quartiere. Ci incontravamo lì, seduti sulle nostre sedie pieghevoli, a raccontarci la vita”.

Bonny e il mancato passaggio alla Juve

Un luogo semplice, diventato simbolo di amicizia e appartenenza, soprattutto nei momenti più difficili. “La serata che vorrei rivivere è la più triste”, confessa. “Avevo 17 anni e stavo per lasciare Châteauroux per la Juve. Durante le visite mediche hanno scoperto un problema: mi hanno detto che giocare a calcio sarebbe stato complicato”. Il sogno sembrava finito prima ancora di iniziare: “Passi dal trasferirti alla Juventus a ritrovarti con niente: è un duro colpo”. Eppure, proprio in quel parcheggio, Bonny ha trovato la forza per rialzarsi: “I miei amici stavano male quanto me. Ho capito su chi potevo contare. Non lo dimenticherò mai”.

Lo strettissimo legame con la madre

Al centro di tutto, però, c’è la famiglia. “Mia madre è il mio eroe, ma anche la mia migliore amica. Le racconto tutto”. Arrivata dalla Costa d’Avorio a 26 anni, ha cresciuto da sola il figlio: “Non conosco mio padre, ma non è doloroso: non senti la mancanza di ciò che non hai mai conosciuto”. Fondamentale anche la figura di Franck, “uno zio” che lo ha accompagnato nel calcio: “Dai 9 anni fino alla mia partenza per l’Italia non ha saltato una partita. È un pilastro”.

Il suo nome in Italia

In Italia, Bonny è diventato “Angelo”: “Pecchia non riusciva a dire il mio nome e mi chiamava così. Dopo una grande partita mi ha urlato “Angelo” e mi è rimasto”. Un soprannome che si porta dietro insieme ai ricordi di un percorso fatto anche di episodi incredibili: “Una volta mi sono tuffato per arrivare prima su un muro… ma era una finestra. Il braccio è passato attraverso, si vedevano le ossa. Mi hanno messo più di trenta punti”.

L’Inter nel destino

Oggi, però, il presente è nerazzurro e guarda avanti. L’esultanza con una mano sull’occhio? “È per i miei amici. Alcuni pensano sia un gesto da pirata… mi va bene anche quello”. E poi il destino, scritto fin da bambino: “Il mio primo kit era dell’Inter, perché c’era Samuel Eto’o”.

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