Il metodo Carnevali funziona: poche parole, tanti fatti. E intanto il calcio italiano continua a sorprendere

C’è un filo conduttore che sta caratterizzando il mercato della Juventus: la discrezione. Niente proclami, nessuna trattativa infinita raccontata giorno dopo giorno, poche indiscrezioni e, all’improvviso, l’ufficialità,  un modo di operare che porta sempre più la firma di Giovanni Carnevali, dirigente abituato a lavorare lontano dai riflettori e a lasciare che siano i risultati a parlare.

Lo si è visto con Jeff Ekhator, arrivato quasi senza che il suo nome circolasse con insistenza, e si è ripetuto con Zeki Çelik, operazione chiusa rapidamente mentre l’attenzione mediatica era concentrata su altri obiettivi. Una filosofia chiara: trattare sottotraccia, evitare aste mediatiche e arrivare alla firma quando tutti gli incastri sono già al loro posto, in un mercato in cui spesso si parla più delle trattative che dei trasferimenti, il metodo Carnevali rappresenta una piacevole eccezione.

Sul campo manca ancora chi trascina la squadra

Se fuori dal campo la Juventus sembra aver ritrovato organizzazione, dentro al rettangolo di gioco resta invece qualche interrogativo, l’amichevole contro il Basilea ha confermato una sensazione già emersa nella scorsa stagione: questa squadra ha ancora bisogno di personalità. Non è una questione di qualità tecnica, che in rosa non manca, ma di leadership, quando la partita si è complicata, nessuno ha dato l’impressione di prendere realmente in mano la squadra. I giovani hanno mostrato entusiasmo, alcuni ritorni hanno lasciato segnali interessanti, ma è mancato quel giocatore capace di alzare il livello emotivo del gruppo. Douglas Luiz ha dato segnali incoraggianti sul piano tecnico, ma da lui ci si aspetta anche quella continuità caratteriale che finora è mancata. Arthur, invece, ha confermato tutte le difficoltà già viste negli ultimi anni. La Juventus ha bisogno di uomini che si assumano responsabilità, che parlino poco ma trascinino molto. È questa la differenza tra una buona squadra e una squadra che lotta davvero per vincere.

Il Premio Mauro a La Penna lascia più di una perplessità

Poi c’è il capitolo arbitrale. E qui diventa difficile non porsi qualche domanda. L’AIA ha deciso di assegnare il Premio Mauro a Federico La Penna, motivando la scelta con il fatto che si sia “distinto tecnicamente nella stagione 2025/26”.

Una decisione che inevitabilmente farà discutere, La Penna è stato infatti l’arbitro di Inter-Juventus, una gara che ha lasciato dietro di sé numerose polemiche e che continua ancora oggi a essere ricordata per episodi contestati dai tifosi bianconeri, il più grave errore della passata stagione. Premiarlo proprio adesso significa esporsi a critiche inevitabili, perché il tempismo conta tanto quanto la scelta.

Prima Bastoni, adesso La Penna: il messaggio che arriva è difficile da comprendere

La sensazione poco gradevole aumenta se si guarda quanto accaduto nelle ultime settimane. Prima la nomination ad Alessandro Bastoni per  il premio “Rosa Camuna”, nomination poi scomparsa togliendolo dai finalisti, ora il premio destinato a La Penna, singolarmente ogni premio può avere motivazioni legittime, i problema nasce dal contesto e dalla percezione che inevitabilmente si crea. Per una parte consistente degli appassionati, soprattutto dopo una stagione ricca di episodi arbitrali discussi, queste decisioni finiscono per alimentare ulteriori polemiche anziché contribuire a rasserenare il clima. Dove stiamo andando, à la domanda che molti tifosi si pongono. Da una parte si chiede maggiore trasparenza nel calcio italiano, dall’altra si prendono decisioni che rischiano di alimentare nuove discussioni e nuove divisioni.

La Juventus, intanto, continua a costruire il proprio futuro con un mercato concreto e silenzioso, seguendo una linea che finora ha prodotto risultati più dei proclami, fuori dal campo sembra esserci una direzione precisa, dentro al campo serve ancora qualcuno capace di guidare il gruppo nei momenti difficili, per questo bisogna muoversi senza aspettare troppo tempo.

Sul resto, invece, resta soltanto una riflessione: se ogni scelta continua a lasciare perplessi una parte importante degli appassionati, forse è arrivato il momento di chiedersi davvero quale immagine il calcio italiano voglia trasmettere.

Perché, alla fine, la domanda resta sempre la stessa: ma dove stiamo andando?

Banner blu di Sportitalia con invito ad aggiungere il sito alle Fonti Preferite di Google
Change privacy settings
×