Campioni e non solo che vivono nel terrore di una seconda vita. In molti pensano: “Figurati, sono miliardari”. Vero. Ma non è sempre così semplice.
Anche se hai guadagnato tanto, non è detto che la mattina ti svegli contando i soldi e che questo basti a darti uno scopo. Per Ronaldo la situazione è diversa e abbiamo voluto estremizzare il concetto. Lo stesso discorso vale per Messi. Da Modric in giù, però, il problema si pone eccome.

La seconda vita dei calciatori e la paura del ritiro
Ci sono grandi campioni che, una volta smesso di giocare, non sanno più cosa fare. Le parole degli ultimi giorni di Roberto Carlos sono un campanello d’allarme che dovrebbe far riflettere tutti. Un calciatore, soprattutto se arriva ai massimi livelli, vive sostanzialmente due vite. La prima è straordinaria: stadi pieni, applausi, contratti, viaggi, notorietà, obiettivi da raggiungere ogni giorno. La seconda comincia quando tutto questo finisce.
I problemi iniziano spesso tra i 35 e i 40 anni, quando scopri che per tutta la vita hai investito quasi tutto te stesso nel calcio e che, fuori dal campo, non hai mai avuto il tempo o la necessità di costruire altro. Il fisico cambia, la pancia aumenta, le giornate diventano più lunghe e, soprattutto, vengono a mancare stimoli e obiettivi. È anche per questo che molti rinviano l’addio al calcio di anno in anno. Finché il fisico regge, si continua. Ma intanto si perde brillantezza e, inevitabilmente, non si è più il campione che tutti conoscevano.
Da Roberto Carlos ai calciatori di Serie C: i rischi del fine carriera
Ovviamente esistono casi virtuosi e casi disperati. Roberto Carlos ha raccontato di aver perso gran parte del patrimonio accumulato durante la carriera, indicando anche responsabilità delle persone più vicine a lui. Osvaldo ha raccontato momenti difficilissimi della sua vita. E tanti altri ex calciatori si sono persi tra investimenti sbagliati, problemi personali e una quotidianità senza più una direzione.
Noi prendiamo i grandi nomi solo come esempio, ma il quadro diventa ancora più delicato quando pensiamo ai calciatori normali di Serie A, Serie B e soprattutto Serie C. Perché se per un fenomeno mondiale il problema può essere attutito da patrimoni enormi, per un giocatore che ha guadagnato molto meno il rischio è ancora maggiore. Ti cambia il mondo e, quando pensi di essere un supereroe, puoi ritrovarti a essere una persona qualunque da un giorno all’altro.
È un problema che in Italia l’AIC dovrebbe affrontare con maggiore forza. Cosa succede quando finisce la carriera? In pochi riescono a rimanere nel giro, diventando allenatori, procuratori, direttori sportivi o dirigenti. Molti altri si perdono. Ed è proprio lì che possono iniziare i guai: soldi spesi male, patrimoni che si riducono rapidamente, investimenti sbagliati, ma soprattutto l’apatia che arriva quando non hai più una partita da preparare, un allenamento da fare o un obiettivo da raggiungere.
Prepararsi a vivere senza calcio: formazione e nuove prospettive
Qualcuno dovrebbe occuparsi seriamente della seconda vita dei calciatori. Non per insegnare loro come spendere i soldi, ma per prepararli a vivere senza calcio. Servono formazione, competenze, percorsi professionali paralleli e una maggiore educazione finanziaria. La carriera di un calciatore dura pochi anni, la vita che viene dopo può durarne cinquanta.
Troppo spesso si pensa alla gestione del calciatore soltanto finché scende in campo. Bisognerebbe invece iniziare a costruire il “dopo” quando si è ancora giovani, quando il successo sembra eterno e l’idea del ritiro appare lontanissima. Perché il vero problema non è soltanto imparare a dire basta. È sapere cosa fare il giorno dopo averlo detto.
Gli allarmi sono stati lanciati da molti ex giocatori negli anni, ma una soluzione strutturale non è mai stata trovata. E forse è arrivato il momento di smettere di considerare il fine carriera come un problema individuale. Perché dietro ogni calciatore che smette c’è una persona che deve semplicemente ricominciare a vivere.