La messa è finita. C’è chi va in pace e chi no

Le messe sono finite, qualcuno andrà in pace consapevole di aver fatto tutto. E anche bene. Andando talvolta pure oltre. Altri invece dovranno convincere con i rimpianti, le delusioni e le aspettative disattese per tutta l’estate.

Che inevitabilmente dal punto di vista sportivo sarà complicata. La via di mezzo in questo snodo non c’è. Massimiliano Allegri rientra nella prima categoria perché con questo Milan e in questo Milan estremamente sconnesso, poco chiaro, confuso e tutt’altro che lineare sotto il profilo dirigenziale, riuscire a riportare il club in Champions League è stata un’impresa.

Il Milan tra impresa e incertezze

Manca l’ultimo step logicamente, ed è vero che si può prendere in prestito la solita banalissima, tristissima frase fatta che “nel calcio può succedere di tutto”, però appare altamente improbabile che la squadra si possa buttare via a San Siro contro un Cagliari già salvo. Specialmente dopo aver corso giusto un paio di settimane fa il rischio altissimo di veder saltare il banco. Allegri l’obiettivo lo raggiungerà poi giustamente farà le sue valutazioni. Sia ben chiaro: è l’allenatore che dovrà decidere se proseguire o meno con il Milan, al di là del contratto in essere, e non viceversa. Perché a questo punto sarà la società a dover dare delle risposte a un professionista che durante tutto l’anno si è dovuto triplicare in più figure e provare a tenere insieme un ambiente tostissimo e tutt’altro che compatto. Il futuro di Allegri dunque è da decidere, quello di Igli Tare appare segnato. E sarebbe l’epilogo più ingiusto perché il direttore sportivo il suo lo ha fatto, e lo ha fatto anche bene. Purtroppo nel calcio, così come nella vita, la meritrocrazia è passata sempre di più in secondo piano. E Tare paga logiche di un sistema a cui non si è mai adattato. E ha fatto bene. Comunque finirà la sua esperienza al Milan può ritenersi soddisfatto, considerato che ha dovuto portar avanti scelte in un club dove le ingerenze esterne sono tante. Troppe. Possono andare in pace e tranquillità anche Raffaele Palladino e Roberto D’Aversa, che da subentranti hanno risollevato e dato identità seppur in percorsi e situazioni differenti rispettivamente Atalanta e Torino che prima del loro arrivo si erano completamente perse. Per entrambi parla il campo. E parlano i risultati. Strisce da Champions o comunque da zona Europa più la valorizzazione e rivalorizzazione dei calciatori. Il Torino l’allenatore bravo, competente e iper professionale in grado di alzare il livello di tutto l’ambiente ce lo aveva in casa. Bastava poco per iniziare a costruire un qualcosa di bello e magari affascinante anziché ripartire con il solito, spiacevole anno zero pieno di dubbi e incognite.

Conte e il lascito invisibile di Napoli

A Napoli il dubbio non esiste. Perché Antonio Conte lascia dopo due anni. E lascia tanto, anche ciò che gli occhi dei più magari non scorgono. Ma che paradossalmente resta il lascito più importante per migliorare un club che l’allenatore ha contribuito a rendere più forte. Conte non solo ha vinto uno scudetto ma a Napoli ha portato la cultura e la mentalità del successo, ha alzato il livello della professionalità e instillato quella cultura del duro lavoro quotidiano fondamentale per non adagiarsi mai e vivere ogni stagione all’altezza del compito e con l’opportunità di giocare per vincere. Non lo hanno capito tutti, ma chi ha compreso anche il lato nascosto apprezzerà tutto quel che ha fatto Conte. Gli rinfacciano la Champions League e gli infortuni. Sul primo punto è indifendibile, perché la campagna europea del suo Napoli è stata imbarazzante. Ma sugli infortuni la colpa non è dell’allenatore. Guardate lo storico degli infortuni stagionali delle sue squadre da quando ha iniziato ad allenare e si capisce che purtroppo l’anno, da questo punto di vista, non si è proprio incanalato. A squadra al completo il Napoli è alla pari se non superiore all’Inter. Andrà in Nazionale, ad allenare l’Italia con molta probabilità. E Conte in questo momento sarebbe il CT giusto al momento giusto. Un mister per pochi, che vale tanto.

Juventus, stagione senza senso e rivoluzione imminente

Non va in pace a prescindere da come finirà un altro campionato tremendo la Juventus. Altra stagione allucinante. No sense. Due allenatori, una dirigenza che si è dimostrata non all’altezza del compito e della storia della società, calciatori con zero personalità e sotto il livello della Juventus, un allenatore lasciato solo e che da solo ha provato a risolvere problemi che hanno origini lontane e radici profonde. Spalletti i tormenti se li sta portando dentro anche lui già da giorni, perché comunque non vincere almeno una partita in casa fra Verona e Fiorentina già in vacanza da mesi è ingiustificabile. E sarebbe bastato davvero poco per evitare traumi, processi e rivoluzioni. Che inizieranno a breve, a brevissimo. E nessuno potrà sentirsi realmente al sicuro.

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