Infantino e Ceferin, quando l’extra large diventa un business senza appeal

Per provare un’emozione devi aspettare quasi un mese, per il Mondiale, e quasi quattro mesi per la Champions League.

I due Presidenti di Fifa e Uefa hanno e stanno distruggendo il calcio per ampliare il business. Forse stanno raggiungendo l’obiettivo di portare più soldi ma con questo metodo stanno allontanando la gente da stadi e televisione.

Quando il business cambia le regole del calcio

La strada intrapresa è sbagliata. Nessuno dice che non bisogna trovare nuove formule di guadagno, anzi. Quello che sbagliano è che per portare più soldi cambiano le regole del gioco. Dividere una partita in 4 tempi non è calcio ma basket. Le interruzioni servono per mettere più spot pubblicitari ma se dobbiamo cambiare le regole siamo tutti bravi a trovare nuove formule commerciali. I maxi recuperi, i 4 tempi, il Mondiale in 3 Paesi diversi, la competizione allargata a Nazionali che non alzano il livello ma lo distruggono.

Un Mondiale senza fascino

Finora il Mondiale è stato una grande delusione. Gli stadi americani, possiamo dire tutto ciò che vogliamo, ma non hanno e mai avranno l’impatto e il fascino di quelli europei. Il vero tifo in America non lo avrai mai. Sembrano delle amichevoli estive di gente che sta sugli spalti a mangiare gli hot dog ma il calcio è un’altra cosa. Almeno in Italia, Germania, Spagna, Francia e Olanda. Per accaparrarsi voti e soldi, Infantino e Ceferin, stanno distruggendo le emozioni.

Champions e Mondiale, un modello da ripensare

La Champions League con squadrate inutili è fastidiosa fino a febbraio. Il Mondiale, forse, adesso inizierà a regalarci qualche gioia. Dubito. Il livello è calato enormemente e la struttura della manifestazione non aiuta. L’organizzazione anche penalizza lo spettacolo del campo. Non basta portare vecchie glorie da tutto il mondo per far vedere che c’è attenzione sul torneo. Infantino e Ceferin ci stanno facendo rimpiangere Blatter. Con questa frase dovrei nascondermi dalla vergogna ma stiamo avendo la conferma che al peggio non c’è mai fine.

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