La fine è nota, come diceva quel romanzo poliziesco. E si conosce anche la vittima e tutto il resto.
Uno dei peggiori Bari della storia retrocede meritatamente in Lega Pro al termine di una partita giocata indecentemente, trovando coraggio solo alla fine, pareggiando le occasioni 4 a 4 contro un Sudtirol che poco fa ma quello che fa basta e avanza in una gara dai contenuti tecnici impresentabili anche per un playout, e arbitrata in modo perfino peggiore da quel La Penna che con il rosso a Kalulu aveva già dimostrato ulteriormente quanto sia scarso e miracolato (una carriera del resto inaugurata dalla presa per il culo del consentire i palloni buttati in campo dalla panchina del Frosinone per fermare gli attacchi del Palermo nella finale play-off del 2018). Ma non scantoniamo: 4 righe dedicate a La Penna sono immeritate, e lo è anche ogni riga dedicata a una partita che non è altro che un de profundis a una processione agonizzante.

Il fallimento sportivo e gestionale del Bari
È evidente che sul tracollo del Bari, disastro sportivo totale, ci sia in calce il nome di Aurelio De Laurentiis.
E visto che con il Napoli si dimostra sistematicamente il miglior proprietario calcistico, e il miglior dirigente dopo Marotta, allora è evidente come un tale capolavoro di dabbenaggine non possa che essere figlio del totale disinteresse, quasi del fastidio, con cui AdL è costretto a sopportare di essere proprietario del Bari.
Si dirà: “È una proprietà privata, che si facciano avanti nuovi compratori allora”. Verissimo, e infatti non è meno colpevole di ignavia l’imprenditoria barese — ma l’imprenditoria quella valida, non gli scappati di casa come Giancaspro — imprenditoria sempre più interessata a intestare i suv alle commari piuttosto che a restituire alla città quanto ricevuto con tanta fortuna.
Epperò, il colpevole principale rimane Aurelio. Che giustamente pensava di fare il colpo grosso e tutti contenti con la promozione nel 2023, che aveva già chiuso la cessione per 50 milioni a Casillo, fatta saltare per 75 secondi da Pavoletti, e che da allora ha detto: “Io non ci metto più un soldo”.
E andrebbe anche bene, perché non è che si può puntare la pistola alla testa a qualcuno per fargli spendere i propri soldi. Se non fosse per tre punti:
A) Da allora Bari è stata sistematicamente umiliata anche dal punto di vista comunicativo, trattata come vassalla dell’impero napoletano a cui elargire due soldi di carità, pure nelle dichiarazioni di De Laurentiis, e se permettete non ci si può permettere di trattare così la popolazione della decima città d’Italia;
B) De Laurentiis ha tutto il diritto di voler rientrare sia dell’investimento fatto sia del potenziale del marchio Bari; ma farlo tenendo lo sbarramento alto al prezzo di cessione, senza investire nel frattempo, è un controsenso industriale che ammazza sia il suo investimento sia le potenzialità di cessione;
C) È vero che c’è la proprietà privata e il libero arbitrio; ma una squadra di calcio che per di più rappresenta una città simile non è un negozio che si apre e si chiude a capriccio. I club così grandi sono portatori del nome della città, e non può essere consentito tutto. Il rispetto è necessario, non opzionale. Altrimenti si venda, ma senza per forza lucrare.
Le responsabilità della tifoseria e dell’ambiente barese
Detto che anche i tifosi hanno la loro parte di colpa, perché ad esempio con tutto il fango che tirarono su Ciro Polito l’anno dopo la mancata promozione, adesso che Polito sta facendo i miracoli a Catanzaro dovrebbero rendersi conto di come fosse costretto a fare la spesa con due spicci.
Ma di tutti i colpevoli manca ancora quello più grosso, innominabile, intoccabile.
Antonio Decaro e il grande errore dopo il fallimento
Ovvero il mammasantissima di Bari e Puglia, il governatore della regione Antonio Decaro. Amato da tutti i baresi per il buongoverno nella città, uno che mediaticamente si sa vendere benissimo, rieletto con percentuali bulgare e segretamente ansioso di puntare alla leadership nazionale della sinistra.
Eppure alla base di tutto c’è il suo capolavoro di dilettantismo, quando all’indomani del fallimento del Bari fu lui a dover scegliere il compratore tra le offerte arrivate. E tra la decina di quelle pervenute, le uniche che furono veramente considerate furono quelle di Lotito e De Laurentiis. Perché erano gli unici due che si conoscevano. Tra quelle scartate c’era anche quella degli Hartono, che poco dopo rilevarono il Como.
A distanza di anni, Decaro tuttora se la sfanga dicendo che avessero inviato solo un depliant.
Immaginate. Una delle multinazionali multimediali più strutturate al mondo.
Io ho parlato con il presidente del Como, Suwarso, e gli ho chiesto conto di quelle parole e di quei fatti. Lui, che ha un vissuto come dirigente di altissimo livello di Philip Morris, ha glissato elegantemente, perché cui prodest, se sei un grande gruppo che investe in un Paese, fare polemica con un’entità politica che un domani può essere tuo interlocutore nei tuoi affari.
Dimostrando una volta di più la differenza tra chi fa i fatti e chi fa le chiacchiere, e pensa a vendersi bene o al proprio tornaconto.
A Bari purtroppo abbondano questi ultimi, autoctoni o forestieri.
E nel frattempo, il vissuto della città va scomparendo, ma tanto che importa finché ci sarà un nuovo bed & breakfast da aprire sopra un bar per shottini.
Alla fine, chi si gira dall’altra parte non è meno colpevole di chi ha premuto il grilletto.